Mercoledì, sul Fatto Quotidiano, ho dedicato un articolo all’ultima puntata de L’infedele anti-Grillo. Gad Lerner, sul suo blog, ha risposto. La scaramuccia tra giornalisti è una forma scarsamente soddisfacente di onanismo. C’è chi diventa grillologo e chi nipotino di Barbapapà. E’ irrilevante. Analizziamo piuttosto i punti di interesse generale.

– “Eccesso di zelo inconsapevole”; “servilismo” (molto servo: infatti il pezzo cominciava con “Beppe Grillo è molto bravo a distruggere ciclicamente se stesso. La scomunica a Federica Salsi è attaccabilissima. E la censura ad Agorà un autogol”); “mi fa tornare giovane” (bene); “mi ricorda i consiglieri lottizzati Rai di vent’anni fa” (me lo dicono un po’ tutti, in effetti: “Sai a chi somigli? Ai funzionari lottizzati Rai”). Secondo Lerner, il sottoscritto sarebbe “grillino”. Quindi non obiettivo. Mentre lui lo è. Attenzione, è un punto chiave: secondo Lerner, e con lui tutto lo scalfarismo, esistono partigianerie lecite e no. Se sei del Pd sei obiettivo; se sei del Pdl risulti attaccabile ma accettabile; se non demonizzi il Movimento 5 Stelle (anche se non lo voti), sei il male assoluto. Vecchio ricatto della sinistra riformista: noi siamo depositari del verbo, oggettivi (poiché “giustamente schierati”) e illuminati. Tutti gli altri sono fuffa. 

– Concordo con Carlo Freccero: ogni giornalista dovrebbe dichiarare per chi vota. Il “giornalista oggettivo” non esiste. Esiste il giornalista onesto, sincero, preparato, critico anzitutto con chi sente vicino. La neutralità asettica è degli automi, non degli umani. I più grandi giornalisti erano – per fortuna – schieratissimi. Da Montanelli a Bocca. Non può non esistere un punto di vista personale all’interno di una sintesi intellettuale. La pretesa furbina di Lerner è dividere i giornalisti schierati “buoni” (quelli che votano Pd o al limite Sel) dagli altri. Quindi Repubblica è buona, e pure oggettiva, perché bersaniania; mentre Il Fatto è cattivo, e magari anche fascista, perché non criminalizza gli attivisti 5 Stelle. Buonanotte. Se c’è poi un vero dramma nel giornalismo italiano, è il presunto “terzismo”. Sinonimo di pavidità, banalità. E paraculismo.

– Grillo è odiato per molti motivi. Tra questi, uno: il Movimento 5 Stelle fa saltare il banco dei vecchi schieramenti. Si mette in discussione il sistema tutto, anche i vecchi programmi televisivi – e con esso la vecchia storia della egemonia culturale. Il Fatto si è macchiato di tale colpa con Repubblica, il M5S con il Pd. Finché c’era Berlusconi, attaccarlo (o fingere di farlo) era comodo. Con Grillo no: è un nemico sfuggente, diverso. Ha sì calamitato la sfiducia per la casta, ma non è né Alba Dorata né Le Pen. Dunque devi inventarti qualcosa: litanie antiche (populismo, qualunquismo, antipolitica); polemiche pretestuose (sul maschilismo); amplificare problemi di crescita (la famigerata “democrazia interna”). 

– La querelle Grillo-talkshow è una non-querelle. Grillo ha smesso con la tivù per scelta (la censura ci fu, ma dopo di essa venne reintegrato. Poteva continuare con la satira nazionalpopolare, non lo fece). Chi sta nel M5S sa bene che uno dei mantra è “bypassare la tivù”. Discutibile ma coerente. E strategicamente inattaccabile: i talkshow su Grillo sono quasi sempre (ho detto “quasi”) polpette avvelenate in cui da una parte c’è il plotone di esecuzione e dall’altra il panda inesperto. Il Metodo Lerner non è troppo dissimile dal Metodo D’Urso. Solo più intellettualoide.

– Senza Grillo e Casaleggio, i Favia e le Salsi (al secondo mandato e quindi impossibilitati a candidarsi in Parlamento: toh, che coincidenza) sarebbero degli emeriti sconosciuti. Travestire l’arrivismo da dissenso è un trucco stantio. Diventare quasi-famosi perché strumentalizzati dai rivali politici è un masochismo come un altro. Se accetti di giocare a poker, non puoi usare le regole della briscola. E chissà che non li rivedremo presto nel Pd.

– Senza Grillo e Casaleggio, al momento, il Movimento 5 Stelle non è gestibile. E’ una forza politica che, da un mese all’altro, si è trovata dal 2 al 20 per cento nazionale. O giù di lì. E’ vero, il duo comanda “troppo”: qual è però l’alternativa? Fare ogni volta una bella rissa in Rete?

– Grillo ha innegabilmente tratti assolutisti. E’ un monologhista per nulla aduso al confronto. E questo, per un movimento che si professa “dal basso” e “orizzontale”, è un problema. Innegabile. Che però sia Lerner a insisterci, è assai tenero. Gad, da sempre, crede nel partito (Pci e derivati stinti) più granitico d’Italia. Un partito in cui il dissenso interno, e gli intellettuali non allineati, erano impallinati. Spiace che una persona intelligente e dotata come lui, che di Gaber era amico ed estimatore, ricalchi spesso gli stilemi del “pollo di allevamento”, del “grigio compagno del Pci”, dell’intellettuale del Bar Casablanca. Chissà, magari Gad usa ancora gli stivaletti gialli.

– Nella sua replica, Lerner ricorda di avermi invitato quattro anni fa. Aprile 2008. Vero. Scrive poi che si parlò di “Movimento 5 Stelle e Meet Up”. Difficile: i Meet Up erano già stati superati dalle Liste Civiche e il M5S nacque l’anno successivo. Lerner fu bravo a capire in anticipo il fenomeno Lega, ma sul M5S continua a capirci pochissimo (eppure pontifica).

– Lerner parla di “prezzemolino”. Accusa banale, ma più che lecita se la fa uno spettatore. O un critico tivù. Imperdonabile però se a muoverla è un uomo che sta in tivù da decenni e sempre con lo stesso format. Ormai l’unica variante è scoprire se Contessa la canterà Vecchioni con lo zufolo o la Marini con lo xilofono (un po’ di vita, Gad, su). Spiacerebbe scoprire in Lerner, noto democratico, il fastidio per una nuova generazione che osa uscire dal cono d’ombra e rubare un po’ di scena ai dotti senatori.

– “I pretoriani della tivù”. Per Grillo sono anzitutto Formigli, Lerner e Fazio. Lo ha sostenuto martedì pomeriggio (a proposito: ho scritto l’articolo martedì mattina, prima di quel post. Non dopo). Quando fa così, Grillo è abbastanza insopportabile. E facilmente attaccabile. Attenzione ai nomi fatti. Lasciamo stare Formigli, “reo” di avere trasmesso il fuorionda di Favia (fece benissimo: era una notizia). Lerner e Fazio sono più significativi, poiché rappresentano il salotto della sinistra-bene che, spesso piacevolmente, se la canta e se la suona. Ecco: il rapporto tra chi ride con la Littizzetto (o Lella Costa) e chi vota Grillo è ormai inconciliabile. Ogni volta che i Lerner e gli Scalfari attaccano il M5S, gli regalano voti.

– Andare in tivù è fondamentale per comunicare? Bah. Nei talkshow non si comunica quasi mai: si urla, si sgomita, si straparla. Esistono altre forme di comunicazione: youtube, webtv, blog. Si dirà: “Eh, ma non tutti accedono alla Rete”. Vero. Ma se per parlare a tutti occorre andare da Vespa, forse è meglio parlare a pochi.

– “Grillo attacca la tivù, ma ci sta sempre”. Errore dozzinale. Grillo non va ospite in tivù da 19 anni (salvo tre anni fa a Exit su La7: per un po’ monologò, poi sfanculò tutti. Ne uscì male). La differenza tra essere ripresi mentre si fa un comizio e accettare un invito in studio non è secondaria. Fino a un anno fa, salvo Santoro e pochi altri, la tivù non ha mai trasmesso Grillo. Lo ha piuttosto oscurato e denigrato. Ne parla adesso poiché costretta.

– Brevi domande finali. Uno: siamo sicuri che il talkshow equivalga a fare informazione? La babele di programmi visti in questi vent’anni ci ha regalato notizie inedite o piuttosto falsità e nuovi mostri del piccolo schermo? Due: preferite un sindaco che non fa il sindaco e sta tutta la vita in tivù come Renzi, o un sindaco che fa solo il sindaco (pur con mille difficoltà) e – quindi – non va in tivù come Pizzarotti?