Domani è il giorno dei morti.

È singolare che ci si preoccupi della fine che fanno i rifiuti e non ci si preoccupi assolutamente di cosa si possa fare del nostro corpo dopo morti, corpo che, a tutti gli effetti, sarà un rifiuto. Scaramanzia? Abituale accantonamento della morte tipico dei nostri tempi? Chissà!

Eppure, così come abbiamo responsabilità in vita, le abbiamo altresì dopo che siamo defunti, appunto per quanto riguarda le nostre amate (o meno) spoglie.

Se non decidiamo nulla, infatti, esse finiranno ad alimentare l’industria della morte sotto svariati aspetti. Almeno sotto quello del funerale e della sepoltura. Il funerale è diventato addirittura un business. Non so nelle altre città, ma Torino è tappezzata da manifesti pubblicitari che inneggiano alla serietà di questa o quell’impresa di pompe funebri, promettendo prezzi equi, serietà, riservatezza. Ché se poi nulla si decide, si contribuirà ad alimentare quanto meno l’industria del legno e dello zinco, quando non quella edilizia, sotto forma di un ampliamento dell’area cimiteriale.

Una soluzione che allora alcuni adottano è quella della cremazione. Ma anche questa non mi pare una scelta coerente. Siamo contrari agli inceneritori e faremmo incenerire il nostro corpo?

A ben vedere, a mio modesto/sommesso avviso, l’unica soluzione davvero compatibile ambientalmente sarebbe quella del ritorno alla natura: si prende il corpo, lo si sveste, e lo si deposita in una buca o lo si getta in mare, et voilà.

Peccato che questa soluzione abbia un difetto: non sia praticabile per legge. Noi del nostro corpo non possiamo fare ciò che vogliamo, ma dobbiamo sottostare alla legge anche dopo morti ed adeguarci a quelle norme di carattere sanitario che prevedono che i corpi possano essere solo sepolti in bare, ed anche realizzate in un certo modo.

Insomma, le norme ci seguono anche nell’aldilà, e non si può tornare tranquillamente alla terra, da cui siamo venuti.