I (più o meno) amabili interlocutori di questo blog mi rimproverano sovente di fare analisi senza mai indicare terapie. Ribadisco che questo – nel mio piccolo – è l’intento perseguito: recuperare l’antica pratica del confronto critico in un discorso pubblico ormai fasullo e sostanzialmente mistificatorio per le troppe ricette precotte che vi vengono spacciate. Imbonitorie prima ancora che consolatorie. Nella convinzione che se l’imperativo di un tempo era quello di “cambiare il mondo”, oggi – per farlo – occorre “interpretare in modo diverso”.

Ciò detto, vorrei provare – per una volta – a essere propositivo nel senso corrente (banale) del termine, dichiarando quella che dal mio punto di vista è la priorità assoluta; la contraddizione politica in cui ci stiamo dibattendo da troppo tempo: il fatto che la protesta indignata non si dimostra più in grado di cambiare il mondo.

Questa è la situazione, evidenziata dalla cronaca recente: in centinaia e centinaia di città del pianeta si è manifestato duramente – dagli Indignados a Occupy Wall Street – contro il generale impoverimento (a fronte dei macroscopici arricchimenti di un manipolo di accaparratori) a seguito dalle malefatte della finanza di rapina, culminate nella ben nota catastrofe del 2008. Eppure l’unica via di ipotetica salvezza individuata dagli Stati è stata quella di dare ulteriore forza proprio ai responsabili di tale catastrofe. Che oggi sono ancora più potenti di prima.

Morale: se la democrazia è lo strumento che pareggia il potere dei pochi privilegiati con il numero dei tanti senza-potere, ormai siamo all’azzeramento della sua stessa essenza. Tragico, ma così è.

Come siamo giunti a tanto? Presto detto: in quanto la protesta democratica non riesce più a raggiungere e “toccare” i punti sensibili del Potere. Sicché finisce per risultare marginale. Dunque insignificante e folcloristica.

Così non era per le lotte del lavoro del passato, che si svolgevano nel cuore dei processi riproduttivi della ricchezza nella fase industriale del capitalismo. Tanto che la minaccia di bloccare le produzioni attraverso l’arma dello sciopero spingeva a più miti consigli la controparte e influenzava i partiti, soprattutto quelli di sinistra.

Oggi, come la finanza non ha più bisogno delle persone, così anche la politica ha creato meccanismi che le rendono possibile fare a meno del consenso. Diminuiscono i votanti? Niente paura: ci si spartiscono i posti negli organigrammi pubblici sulla base dei voti residuali, nella totale indifferenza del cosa stia a significare il non-voto.

Il mio amico Giulietto Chiesa si interroga sul problema a livello globale.

Io mi domando il da farsi a casa nostra. Dandomi la risposta che occorre portare l’attacco nel cuore della spartizione del potere terrorizzando la corporazione dei politicanti con l’unica minaccia che davvero temono: portargli via posti e poltrone. Favorendo il successo dell’Altrapolitica.
Per questo, nonostante la meno che minima considerazione dei loro massimi portabandiera, guardo con interessa alla funzione utilmente sovversiva del ruolo che possono svolgere organizzazioni come l’attuale Idv o il M5S.

Attendendomi da loro solo che operino da grimaldello che schiude porte; non certo che siano in grado di realizzare quei progetti praticabili di cui sono sprovvisti o di selezionare classi dirigenti migliori. Una semplice funzione di rottura che ha come unico obiettivo costringere la politica a fare i conti con la protesta. E magari imporre la rigenerazione a quel segmento del ceto politico che a parole e per tradizione dichiarerebbe di stare dalla parte dei senza-potere.

Questo il motivo per cui ritengo opportuno, in assenza di alternative più credibili, puntare su i Grillo e i Di Pietro. Come si diceva un tempo, “turandosi il naso”.

Ma con una profonda differenza, rispetto alla celebre formula montanelliana: se lo spirito di allora era puro cinismo da gente d’ordine, la sua applicazione odierna discende da un bisogno insopprimibile di riaprire i giochi per un nuovo inizio.

Inizio che ancora una volta abbisogna di analisi. Visto che per ora l’Altrapolitica, nelle sue versioni più nobili, è soltanto un appello etico.