Gli operai dell’Alcoa possono anche morire, per loro non c’è niente da fare. La Stampa, il quotidiano della Fiat, ha affidato ieri a Luca Ricolfi un editoriale definitivo fin dal titolo: “Perché da noi il salvataggio è impossibile”. Il brillante sociologo ha detto basta all’industria sostenuta con soldi pubblici, “per salvare voti pagandoli in posti di lavoro”.

Non aspettatevi un inno al finanziamento pubblico su un giornale che porta scritto sotto la testata “non riceve alcun finanziamento pubblico”. Però colpisce l’invettiva contro i sussidi statali su un giornale che se ne giova. L’Alcoa, secondo Ricolfi, fa bene a chiudere. Gli operai devono solo “essere aiutati nella ricerca di un posto di lavoro”. Ricolfi, docente di Analisi dei dati, non ignora certo un dato: nel Sulcis hanno 30 mila occupati su 130 mila abitanti, hanno perso 8 mila posti in tre anni, e con l’Alcoa ne sono a rischio altri 2 mila. L’unico modo di aiutarli a rioccuparsi, se chiudesse Alcoa, sarebbe accompagnarli a Kragujevac, nella fabbrica Fiat finanziata dal governo di Belgrado. Marchionne sposta la produzione dall’Italia alla Serbia, dove gli editorialisti non contestano “la fiaba secondo cui spingere un’azienda straniera a produrre in perdita sul nostro suolo sia politica industriale”.

Ecco, la questione della politica industriale è seria. In Europa non c’è fabbrica di alluminio che paghi l’energia a prezzo di mercato. Persino in Francia, dove pure dispongono di elettricità a costi bassi grazie a decine di centrali nucleari, il contribuente paga l’incentivo all’Alcoa. L’alluminio è energivoro, come dicono i professori, e, paradossalmente, il contributo pubblico fa parte dello standard internazionale di mercato.

L’industria succhia soldi dallo Stato dappertutto, talvolta sono soldi rubati, talvolta è inevitabile. L’Italia trasferisce alle imprese 36 miliardi di euro all’anno, per le cose più incredibili. Se l’elettricità costa tanto è anche perché, con il famigerato Cip 6, si strapaga l’energia prodotta dai grandi gruppi privati, Fiat in testa. Ma anche le ricerche di petrolio lungo le coste, che secondo il governo Monti sono il nostro futuro Eldorado, sono finanziate dallo Stato, al pari della formazione e valorizzazione degli stilisti. In Europa solo la Gran Bretagna sussidia l’industria meno dell’Italia. Siamo quelli che finanziano di meno le imprese, anche grazie ai sussiegosi professori che protestano (quasi) sempre. E quindi, dopo l’informatica, la chimica e l’automobile, chiudiamo pure l’acciaio perché farlo senza inquinare è un lusso? No, dice il ministro Passera, perché poi ci toccherebbe importarlo (e quindi indovinate chi pagherà il disinquinamento dell’Ilva). L’alluminio invece si può importare e l’Alcoa va chiusa a ogni costo.

Affondiamo dunque la Sardegna. Ai professori non importa che dopo la chiusura della Vinyls di Porto Torres siamo l’unico Paese industriale senza produzione di Pvc, E che senza l’Alcoa saremo gli unici senza alluminio. Alla Fiat che importa? Dopo i decreti Chiudi-Italia del suo giornale andremo a cercare lavoro in Serbia.

Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2012