Venerdì su Repubblica il problema del lavoro dei minatori della Carbosulcis era già passato a pag. 19. Nessuno aveva tentato il suicidio e nemmeno c’era chi si fosse tagliato un polso. Dunque, non c’era nessuna notizia d’interesse. Le prime tre pagine erano dedicate alle intercettazioni telefoniche della Procura di Palermo. E’ chiaro, si parla di telefonate importanti, dato che uno dei due al telefono è il Presidente della Repubblica. Di fatto sembra che sia più importante parlare, elucubrare, ipotizzare, speculare su telefonate che nessuno ha ancora sentito piuttosto che tenere alta l’attenzione su un’economia che sta morendo, su una regione ormai completamente deindustrializzata.

Analizziamo la nostra situazione economica: non passa giorno che una ditta non chiuda i battenti. Anzi, decine di ditte. Magari centinaia. Abbiamo già perso non saprei dire quante centinaia di migliaia di posti di lavoro e la nostra disoccupazione giovanile ha raggiunto valori da record. Alla Fiat, l’industria che abbiamo sorretto per decenni, di posti di lavoro se ne perderanno altri in tempi brevi. Abbiamo un’economia in profonda recessione e i nostri politici invece di pensare, studiare, inventarsi nuovi strumenti per farla rinascere che cosa fanno? Litigano, si insultano. Siamo al capezzale di un’economia moribonda ma loro ritengono sia più importante litigare con i colleghi, giocare a tramare. Dopotutto è una tradizione. Dopotutto non sanno fare molto altro. Capisco che con quelle baruffe anche loro stiano in qualche modo cercando di difendere il loro posto di lavoro. Capisco ma non accetto.

I minatori, stanchi di parlare, soprattutto stanchi delle chiacchiere altrui, hanno deciso di fare. Sono scesi in miniera, barricandosi a 400 metri sottoterra, come dei sepolti vivi. Quelli dell’Alcoa (siamo sempre in Sardegna) sono sbarcati a Roma. I nostri politici, invece, i “decisori” continuano a parlare: parlano, dichiarano, sostengono, affermano, mandano comunicati, rilasciano interviste.  “Parole, parole , parole, soltanto parole, parole tra noi”.

Il problema è che la nostra classe politica non è all’altezza del compito per cui corrono gli stipendi, e quello che è più grave è che non ha idee, non ha le basi tecniche per pensare al bene di un paese, decide, quando lo fa, senza cognizione di causa. Questi parlano ogni tanto d’innovazione, ma innovazione rimane solo una parola vuota, usata nient’altro che per avere modo di aprire la bocca e farle prendere aria, quell’aria che serve per sperare di avere visibilità.

I nostri giornalisti che si lamentano, a ragione, di essere soggetti a censura per molti argomenti ora potrebbero prendersi spazio per dare al loro lavoro una funzione sociale. È importante tenere alto il livello di attenzione della popolazione sul fatto che c’è gente che, se perde il lavoro, porta un’intera regione a morire di fame. In Sardegna non ci sono tante possibilità di lavoro. La sua vocazione agricola, di pastorizia e, più recentemente, di turismo è stata snaturata barattandola con un’alternativa industriale che, come ovvio, è fallita lasciando l’Isola ormai quasi totalmente deindustrializzata. L’unica fonte di lavoro più o meno sicura è una breve stagione turistica sempre più di élite, stante il fatto che quella di medio livello quest’anno ha segnato il passo per molti motivi, non ultimo per il costo dei traghetti, aumentato in modo esorbitante. Così, se i minatori o i lavoratori dell’Alcoa perdono il lavoro, non hanno prospettive reali di occupazione.

Ora, i giornalisti di Repubblica hanno scritto ogni giorno, per mesi, un trafiletto per chiedere a Formigoni di mostrare le fatture dei pagamenti delle sue vacanze. Opera meritoria, ma in questo momento occorre che tutti i giornalisti si mobilitino per chiedere ogni giorno non ad una persona ma ad un’intera classe di persone  “chi pagherà pranzo e cena oggi ai disoccupati e alle loro famiglie?”

Un trafiletto in prima pagina ogni giorno. Questo io propongo. I nostri politici devono essere pressati da questa domanda. Chi comincerà a dare risposte concrete, fattibili, efficaci, sarà ritenuto un vero politico (meritevole di voto). Gli altri non servono.

Non so se si troverà una soluzione per tutti i lavoratori sardi. La Carbosulcis appartiene alla Regione Sardegna. Ora è difficile non chiedersi come faccia un ente politico a fare anche l’industriale. Che cosa ne capisce un ente del genere di mercato del carbone, di innovazione tecnologica del settore, di soluzioni e prospettive future?

Adesso, allo stato dei fatti, se ne può dedurre che l’unica soluzione sarà solo politica come negli anni ‘60 ai tempi dell’Enel e poi nel 1995 quando la miniera fu rilevata dalla Regione. Ma la domanda è “chi metterà i quattrini stavolta?” Quella miniera la regione doveva privatizzarla ma ovviamente non c’è riuscita. Soluzioni tecniche per quel carbone oggettivamente di qualità scadente ce ne sono, ma quanto sono economiche? Quanto può durare la soluzione trovata, f tirata per i capelli?

L’Alcoa, a differenza della Carbosulcis, è privata e viene dismessa perché non ci sono più gli aiuti di stato. Quale sarà stavolta il benefattore se non un politico? Sì, perché solo un politico, naturalmente con i soldi di tutti,magari rileverà un’impresa che va contro le leggi di mercato, non conoscendole.

Come avviene quando si cerca di contrastare la Natura, anche in economia le forzature reggono poco e, quando non reggono più, c’è il disastro. Purtroppo chi ne paga le conseguenze sono le pedine usate per queste forzature, gli elementi deboli, nel nostro caso i minatori e gli operai per i quali nessuno si è dato la pena di ideare e mettere in atto strategie di lavoro alternativo e oggi si discute solo di come prolungare l’agonia. Dall’altra parte i cosiddetti “decisori”, troppo spesso incompetenti e certo tutt’altro che lungimiranti, riescono sempre a farla franca.