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Manifestazione per i diritti delle donne in Tunisia

Questa domanda se la stanno ponendo, con preoccupazione, molte persone in Tunisia. I segnali che rendono fondate la domanda e la preoccupazione sono evidenti da mesi.

C’è la ormai nota questione della “complementarietà” della donna all’uomo, che potrebbe essere sancita dalla nuova Costituzione del paese. Al momento, è solo una proposta emersa dalla Commissione diritti e libertà dell’Assemblea costituente: difesa dalla presidente della Commissione, Férida Labidi, ha fatto infuriare migliaia di donne che sono scese in strada anche negli ultimi giorni con la parola d’ordine che la legge del 1956, sull’uguaglianza tra uomini e donne, non si tocca.

Il nome più gridato nelle piazze, sia da chi lo sostiene che da chi lo contesta, è quello di Rachid Ghannouci, leader di Ennahda, il partito islamista che ha il maggior numero di rappresentanti  all’Assemblea costituente (89 su 217) e che guida un governo di coalizione. I suoi leader, come il primo ministro Hamadi Jebali, hanno trascorso lunghi anni in carcere sotto il regime di Ben Ali.

Pressato dalle formazioni salafite da un lato e dai partiti laici dall’altro e con le piazze sempre più agitate tanto da dover imporre talvolta il coprifuoco, Ennahda usa un linguaggio moderato e “centrista”: condanna la violenza degli estremisti così come gli attacchi ai “valori tunisini”, afferma di non voler unire politica e religione ma lamenta che nel paese stia nascendo un movimento antislamico che vuole separare la religione dalla società.

Ogni tanto, la moderazione sfugge di mano. Come quanto, recentemente, Abu-Yaarob al-Marzouqy uno dei consiglieri del primo ministro, ha affermato che il turismo è una sorta di prostituzione segreta. I vertici dell’industria turistica lo hanno denunciato. 

La risposta al presunto livore antislamico è nelle piazze, con manifestazioni che a volte sfociano in atti di violenza, assalti e aggressioni. Nell’ultimo anno e mezzo, sono state attaccate installazioni artistiche, mostre cinematografiche ed emittenti televisive accusate di offendere il sentimento religioso.

La risposta è però anche nelle leggi. Ennahda ne ha proposta una, che  prevede multe ma anche fino a due anni di carcere per chi compie reati contro i “valori sacri” attraverso parole, immagini o azioni. Il progetto di legge cita espressamente Allah, i suoi profeti, i libri sacri, la Kaaba della Mecca, le moschee ma anche le chiese e le sinagoghe.

Attualmente il codice penale, all’articolo 21, prevede una multa e un periodo di carcere da sei mesi a cinque anni per la “violazione dei valori sacri” così come per il “disturbo all’ordine pubblico” attraverso la distribuzione di materiale stampato.

Ed è proprio questa commistione tra “peccato” e “reato”, così come la genericità delle norme in vigore o proposte, a preoccupare le organizzazioni locali per i diritti umani. Il rischio, dicono, è che leggi del genere siano usate per limitare la libertà d’espressione e mettere a tacere i dissidenti.

Il 5 agosto è stato arrestato il giornalista Sofiene Chourabi. Stava bevendo alcool in spiaggia, a Kelibia, nel nord-est del paese. Alle tre di notte, una decina di poliziotti ha fatto irruzione nella tenda dove si trovavano lui, il collega Mehdi Jlassi e un’amica (pare fosse minorenne, ma non è questo che gli è stato imputato). Dopo averli ammanettati e aver perquisito la tenda, gli agenti li hanno portati alla vicina stazione di polizia. Qui sono stati denunciati per “ubriachezza in luogo pubblico” e “offesa alla pubblica morale”. 

Il giorno prima Chourabi, già oppositore ai tempi di Ben Ali e vincitore di un premio internazionale nel 2011, aveva promosso una manifestazione di fronte alla sede del ministero dell’Interno per protestare contro le crescenti limitazioni alle libertà pubbliche imposte dal governo.  

Solo una coincidenza?