Un paio di mesi or sono, in questo blog, non avevo esitato a definire Mitt Romney – ormai sicuro vincitore delle primarie – “il candidato che non c’è”. Cose vecchie. Cose d’altri tempi. O meglio: cose dei tempi che, fino ad appena qualche ora fa, hanno preceduto l’ardimentoso annuncio – non per caso consumatosi in quel di Norfolk, Virginia, sulla tolda d’una nave da guerra – del nome del candidato repubblicano alla vicepresidenza. Fino a quel momento – vale a dire, fino a quando Paul Ryan, deputato del Wisconsin e indiscusso “cervello” economico della maggioranza repubblicana della House of Representatives – è balzato raggiante sul podio sistemandosi al fianco del candidato del Grand Old Party – la campagna di Romney era stata, in effetti, una sorta di gioco a rimpiattino, con curiose (e talora decisamente farsesche) assonanze omeriche. Poiché, come Ulisse a Polifemo, proprio questo – il mio nome è Nessuno – era quello che Romney era andato fino a ieri ripetendo all’elettorato. Io non ci sono, non esisto. E non chiedete a me (né chiedete a voi stessi) chi io sia, perché io in realtà non sono che un cappello depositato sulla poltrona presidenziale in attesa che qualcuno – qualcuno che, ovviamente, non sia Barack Obama – la occupi il prossimo gennaio.

Semplici le ragioni di questa tanto sommessa campagna. Così come l’astuto Ulisse negava se stesso per sfuggire alla prevista vendetta dell’accecato Polifemo e degli altri Ciclopi, Romney si confondeva con il paesaggio, in cerca d’una pressoché assoluta anonimità, per non distrarre l’attenzione dell’elettorato da quello che (non senza qualche ragione) pensava, o desiderava, fosse il tema centrale della corsa presidenziale: il giudizio sull’operato del presidente in carica, la realtà d’una crisi che continua a pesare come un macigno. A suo modo correttamente, Mitt Romney sentiva d’avere nello stato dell’economia un alleato potente che non andava molestato con idee o slogan diversi dall’essenziale quesito che, nel 1980, aveva portato alla vittoria Ronald Reagan: state meglio ora di quando stavate quattro anni fa? Se la vostra risposta è no – questa era fino a ieri stata la strategia di Nessuno-Romney – votate per il cappello senza troppo formalizzarvi sulle qualità della testa che, infine, quel cappello calzerà…

Ora non più. Ora Mitt Romney c’è. C’è, ed è un altro. Un altro il cui nome è Paul Ryan. Su un punto, infatti, tutti gli osservatori politici senza eccezioni sembrano concordare: quella di Romney è stata una scelta “forte”. Forte – qualcuno la definisce coraggiosa, anche se, come vedremo, ha tutte le caratteristiche d’un cedimento – nel senso che la presenza di Paul Ryan nel ticket non lascia margini a dubbi. Il cappello che Romney aveva metaforicamente abbandonato, volutamente vuoto, sulla poltrona dello studio ovale, ha ora trovato la sua testa. La testa di Ryan, a sua volte brillante contenitore delle idee – o della fede – della destra estrema repubblicana. Quella di Romney – fino a ieri un classico e gelatinoso uomo per tutte le stagioni – è insomma stata, al di là d’ogni ragionevole dubbio, un’inequivocabile scelta di campo.

Perché una svolta tanto radicale? Intanto, per un’immediata ed assai logica ragione. La tattica del rimpiattino non ha funzionato. Gli ultimi sondaggi – quello della CNN e quello di Fox News – concedono a Obama un vantaggio (rispettivamente di 7 e di 9 punti) che comincia pericolosamente ad assomigliare ad una irreversibile tendenza. La campagna di Obama – un Obama inaspettatamente a suo agio con le regole del “gioco sporco” – ha con successo dato la caccia e denudato in pubblico il Mitt Romney che cercava goffamente d’occultare, tra le rade fronde della sua campagna, se stesso e la propria storia (ivi incluse le sue dichiarazioni dei redditi). Il cappello vuoto, che di Romney doveva esser l’arma vincente, era ormai diventato un simbolo d’inettitudine e di mediocrità, il biglietto da visita d’un candidato senza idee proprie, ma con molte cose da nascondere.

Ora la scelta di Paul Ryan – di fatto una resa incondizionata di fronte a quella destra repubblicana che il “nominee” s’era illuso di usare servendosi del remote control – conferisce alla “invisibile” campagna di Romney contorni e contenuti molto precisi. Con quali conseguenze? Di certo la aiuterà a ravvivare – cosa da molti politologi considerata essenziale per la vittoria – i fin qui assai tiepidi entusiasmi della base repubblicana. Ma il tutto a un prezzo assai alto. Perché il bagaglio politico-ideologico che Ryan imbarca (torneremo in dettaglio sul tema) è pesante quanto basta per irrimediabilmente allontanare la nave da quell’aureo centro che, di norma, è indispensabile conquistare per arrivare alla Casa Bianca.

Ma quel che più conta è probabilmente questo. Scegliendo un “running mate” forte, Mitt Romney ha, in realtà, pubblicamente rivelato la propria debolezza. La sua scelta è stata anche (soprattutto, per molti aspetti) la letale confessione d’un perdente. Il prossimo novembre gli americani voteranno per il candidato alla presidenza, non per il suo vice. E il candidato repubblicano alla presidenza è Mitt Romney. Che ieri era un cappello vuoto. E che oggi è un cappello riempito dalla testa d’un altro