Ci sono sette domande che vorrei fare al Ministro Clini a proposito dell’Ilva di Taranto.

La prima domanda è: lei farebbe vivere un suo nipotino nel quartiere Tamburi di Taranto?

Accanto a quel quartiere “fuma” la cokeria Ilva e i bambini respirano in un anno una quantità di benzo(a)pirene equivalente a circa mille sigarette.

Il calcolo delle mille sigarette “fumate” è frutto di un algoritmo spiegato in questa pagina web

Da notare: il benzo(a)pirene è non solo cancerogeno ma genotossico: può modificare il DNA trasmesso da genitori a figli.

La seconda domanda è: perché va multato un fumatore che fuma una sigaretta di fronte ad un bambino e l’Ilva che fuma giorno e notte non è mai stata multata fino a ora per questo?

La terza domanda è: una gravidanza nel quartiere Tamburi espone il feto a un rischio accettabile per lei?

Da notare: durante una gravidanza in quel quartiere superinquinato, una donna è come se fumasse quaranta pacchetti di sigarette.

La quarta domanda è: perché oggi non c’è un limite sul benzo(a)pirene e a chi è che è venuta la bella idea di toglierlo?

Le intercettazioni telefoniche di Girolamo Archinà (pubbliche relazioni dell’Ilva) – di cui si parla tanto in questi giorni – risalgono ai primi mesi del 2010. Precisamente alle settimane che hanno preceduto la modifica della normativa sul benzo(a)pirene (avvenuta nell’agosto del 2010). Dal 1° gennaio 1999 c’era un limite di 1 nanogrammo a metro cubo che con il dlgs 155/2010 è stato tolto proprio nell’agosto del 2010, quando si attendevano le prescrizioni che avrebbero costretto l’Ilva a darsi una calmata con i fumi della cokeria. La brutta storia dell’abolizione di un limite ad un pericoloso cancerogeno è descritta qui.

Guarda caso, la modifica della normativa è venuta proprio nel momento giusto. E dopo l’Ilva ha potuto continuare ad inquinare senza problemi, tanto il limite non c’era più. L’Arpa aveva attribuito il 98% del benzo(a)pirene a una sola sorgente: la cokeria dell’Ilva.

La quinta domanda: i tecnici riconoscono a livello internazionale che non c’è aria pulita in un raggio di 1700 metri da una cokeria (il cuore dell’area a caldo che la magistratura vorrebbe fermare), e allora perché a Taranto lei la si vorrebbe far funzionare a 300 metri dalle abitazioni?

Anche l’adozione di migliori tecnologie disponibili non è in grado di assicurare nel raggio di 1700 metri da una cokeria un valore concentrazione di benzo(a)pirene inferiore a 1 nanogrammo a metro cubo. Molto chiari sono i risultati degli studi riportati in Atmospheric Environment 43 (2009) 2070–2079. Lo studio è stato condotto da Diane Ciaparra (Corus Research, Development and Technology, UK), Eric Aries (Corus Research, Development and Technology, UK), Marie-Jo Booth (Corus Research, Development and Technology, UK), David R. Anderson (Corus Research, Development and Technology, UK), Susana Marta Almeida (ISQ, Portogallo), Stuart Harrad (Division of Environmental Health & Risk Management, Public Health Building, School of Geography, Earth & Environmental Sciences, University of Birmingham, UK).

La sesta domanda è: perché a Genova hanno chiusa l’area a caldo dell’Ilva e a Taranto non dovrebbe avvenire lo stesso? Forse i problemi sanitari non sono analoghi?

Se si scava negli archivi si scoprirà che a Genova Clini era favorevole a chiudere la parte inquinante dell’Ilva.

Settima e ultima domanda: perché non c’è un limite per diossine e pcb che sia specifico per i terreni di pascolo? Non c’è il rischio che, come a Taranto, anche in altre zone dell’Italia si contamini il bestiame con questa politica “lassista” del Ministero dell’Ambiente?

Oggi in Italia, in qualunque regione, una pecora può contaminarsi “a norma di legge” in terreni con diossine e pcb. Per ovviare a questo “buco normativo” per i pascoli si adotta il limite di diossine e pcb delle zone urbane, che è assolutamente inadatto: le pecore non pascolano sull’asfalto. Il ministro dell’Ambiente Clini questa cosa la sa? E il Ministero delle Politiche Agricole ha qualcosa da dichiarare?