Vanno bene, per le urgenze, i provvedimenti urgenti. E chi lo può contestare? A problemi straordinari, soluzioni straordinarie. Del resto, pur di sfrattare da Palazzo Chigi Berlusconi e la sua corte di maneggioni e indecenti “titolari di consenso” (i nominati), si è ricorso a un “governo tecnico”. E ci tocca pure stringere i denti, di fronte alle inadeguatezze dei “tecnici” in materia di equità e sviluppo: non bisogna mai dimenticare da cosa siamo usciti (non del tutto) né sottovalutare i condizionamenti che Berlusconi è ancora in grado di esercitare in questo Parlamento.

Ma regola – e un minimo di lungimiranza – esige che alcune cose vadano salvaguardate, dette, tenute presenti…

1) La pubblica reprimenda di Monti al leader della Confindustria, reo di aver criticato i provvedimenti economici del governo e per questo indicato al pubblico ludibrio, con tono intimidatorio e ricattatorio (“Critiche fanno salire lo spread”), è semplicemente intollerabile. Anche chi non ritiene l’attuale governo una “sospensione della democrazia” – altro che sospensione era il governo berlusconiano! – non può non scandalizzarsi per il mancato scandalo, specie da parte della sinistra, per quelle parole e quella pretesa del presidente del Consiglio. Monti faccia la sua parte, faccia anche la “macelleria sociale”, se ci riesce e se nessuno le ferma, ma non pretenda che tutti siano d’accordo con lui. E soprattutto non può permettersi di chiudere la bocca al rappresentante di un ceto economico e sociale di indubbia consistenza. Alla sinistra, in particolare, va ricordato che non c’è bisogno di essere d’accordo con Squinzi per continuare ad essere sensibili alla tutela delle condizioni minime di agibilità del confronto politico nel nostro Paese.

2) Si litiga sulla Rai. I partiti, compreso il Pd, non hanno mai mollato la presa su viale Mazzini (né pare un’alternativa alla lottizzazione l’indicazione di quei due nomi formalmente indicati da quattro specifiche associazioni private). Ovviamente, però, l’anima nera è sempre lui: Berlusconi, con il suo conflitto di interessi e con la banda del partito-azienda infiltrata nel servizio pubblico. Controlla ancora la maggioranza parlamentare e nel Cda di viale Mazzini, e non vuole mollare la presa. Ma è imbarazzante, nello scontro di queste ore per la nomina dei nuovi consiglieri di amministrazione, vedere il centrodestra difendere (pur strumentalmente) il primato del Parlamento, peraltro fissato per legge, e la sinistra invece traccheggiare nell’intento (legittimo) di cogliere l’occasione della “tecnicizzazione” del Cda Rai per sottrarlo al controllo berlusconiano. Bene: a parte la vigenza dell’infausta legge-Gasparri, non si vede e non esiste fonte più alta di quella parlamentare – in una democrazia parlamentare – per una nomina pubblica. Non essendoci la forza o non potendosi attivare un meccanismo alternativo a quello vigente (per esempio l’elezione del Cda da parte degli abbonati al servizio pubblico), si faccia come per la formazione del governo “tecnico”, in realtà votato da una regolare maggioranza parlamentare. Insomma: una forzatura, sì, ma che non si basi sulla negazione della fonte parlamentare del Cda Rai, a favore poi della conferma esplicita di uomini di parte centrodestra e di opache rappresentanze della “società civile” per il Pd.

3) Nel dibattito-scontro sulla riforma elettorale, fa impressione la lotta del Pd contro “l’inquinamento del voto dovuto alla preferenza”. E’ chiaro che il voto, come la democrazia in genere (altrimenti, che democrazia sarebbe?), è sempre inquinabile: dall’alto, dal basso, dalle lobbies, dalle cosche, dalle oligarchie partitiche, dalla televisione, dalle clientele, ecc. ecc.. Democrazia vuole però che sia meglio esporlo al rischio dell’inquinamento “della società” piuttosto che a quello del Palazzo del potere. La scelta per l’uninominale (anche qui, come opportunamente ricorda Casini, “sono i partiti a scegliere i candidati”) è discutibile ma legittima, e il Pd se ritiene può evidentemente perseguirla con tutte le sue forze. Però, per farlo, è proprio necessario criminalizzare quello che appare, al di qua di tutte le ingegnerie elettorali, un elemento primario di democrazia, e cioè il voto di preferenza?