Non esiste né cibo spazzatura né cibo buono. Esistono sane e cattive alimentazioni. In quella sana c’è spazio per tutto purchè si tenga un regime alimentare equilibrato e vario. La buona alimentazione è imprescindibile dalla cultura dell’alimentazione che aziende e associazioni hanno intrapreso in questi anni”. Parola di  Michele Carruba, Professore della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Statale di Milano, al dibattito “Cibi, fra modernità e tradizione” alla Fondazione meneghina Riccardo Catella  in occasione della presentazione del libro “McItalia, il Belpaese a tavola fuori casa”, scritto da Renata Fontanelli e Giorgio Lonardi.
Seduti allo stesso tavolo esponenti delle due scuole di pensiero e di cucina che sostengono la filosofia del fast e dello slow food. Ma cosa succede alla nostra alimentazione?
“Stiamo assistendo a profondi mutamenti sociali in un settore che mai come oggi è diventato di moda. In particolare, il mondo del fast e  dello slow food si stanno avvicinando sempre di più. Se da una parte McDonald’s va alla ricerca di consorzi e di prodotti locali e bio, da inserire nei suoi menù sempre meno global, dall’altra nascono ogni giorno hamburgherie raffinate e costose, che vogliono nobilitare il classico sandwich americano in chiave italiana”, illustra la Fontanelli.
Il tema della qualità delle materie prime alimentari e della corretta alimentazione è quanto mai di massima attualità. Anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca che hanno visto  il famosissimo nutrizionista  francese Pierre Dukan, tra le sue pazienti anche la principessa Kate,  radiato dall’ordine dei medici ( ndr. il suo metodo alimentare sostanzialmente basato sull’abolizione totale di zuccheri e carboidrati- è ormai diffuso a livello planetario ma fortemente criticato per gli squilibri alimentari che può causare). O il caso dello scrittore Ewan Morrison che dopo una vita dedicata al mangiar sano e alla dieta vegetariana è riuscito a scampare il pericolo anoressia grazie a grandi abbuffate nei fast food londinesi, come riportato da lui stesso sul Times dove ha spiegato: “Ho capito che ci sono problemi più reali dell’ossessione per il cibo perfetto e che il cheeseburger a volte è una buona soluzione”. 
“Il Belpaese non mangia più a casa – commenta la Fontanelli che ha indagato sulle abitudini alimentari degli italiani che consumano i loro pasti sempre più al di fuori delle mura domestiche. “La ristorazione diviene quindi un fenomeno sociale anche alla luce della crisi finanziaria che investe il pianeta.  Mi sono chiesta:”‘Mc Donald’s è davvero il demonio? Il ring che ha visto scontrarsi il fast e lo slow food è zuppo anche di ideologie e prese di posizione  dal sapore politico”. 
Le fa da contraltare il ricercatore Cosimo Finzi, che chiarisce: “Per capire l’alimentazione degli italiani non possiamo che dividerli in gruppi perché manca  un “comportamento collettivo”. Abbiamo i salutisti ortodossi, i maniaci della linea, gli irregolari ed esageratori, i disinvestiti dal cibo, ma soprattutto abbiamo un’amplissima parte  per cui la “normalità alimentare” è in realtà una somma di abitudini che sembrano incoerenti, che non seguono un’unica filosofia: a volte slow e a volte fast, a volte cibi ricercati e a volte la prima cosa disponibile, sia l’amore per i prodotti regionali sia la passiva accettazione di prodotti industriali. La normalità è non avere una norma”.
Rimane acerrima nemica del junk food Daniela Rubino, vicepresidente di Slow Food Lombardia, che filosofeggia: “Quando mangio non compio solo un gesto per “inserire” carburante nel mio corpo. Mangiare è un atto agricolo e il cibo se non proviene da un’agricultura sostenibile non può dirsi moderno. E’ solo cibo-dimenticanza, scordandosi dell’ambiente, della salute, della memoria…”. Mangiare sano è la missione di Renata, madre di quattro figli, che insieme alla  Fondazione Catella sta promuovendo percorsi di educazione alimentare per i bambini nelle scuole.
Januaria Piromallo