Quelli tra voi che ricordano le camicie bianche alla Tony Manero, i pantaloni a zampa o la palla sbrilluccicosa che dominava la pista da ballo, ricorderanno anche lo splendido viso e la voce ruggente di Donna Summer. E gli stessi vecchi arnesi danzerecci degli anni Settanta, si saranno dispiaciuti quando poche ore fa hanno saputo della sua morte, a soli 63 anni. La Summer stava lottando da tempo contro un cancro, ma la morte l’ha sorpresa proprio nei giorni in cui stava registrando un nuovo album.

Il titolo di regina della Disco, che ovviamente post mortem tutti le affibbiano, in realtà era stato sempre in bilico tra lei e Gloria Gaynor, altra icona luccicante di quegli anni musicalmente così spensierati e, forse, troppo sottovalutati. Una parte cospicua del successo di Donna Summer parla italiano, anzi ladino: i suoi successi più grandi sono farina del sacco di Giorgio Moroder, il compositore gardenese vincitore di tre premi Oscar.

Ma elencare le canzoni di successo di Donna Summer sarebbe uno sterile esercizio di nozionismo funebre. Molto meglio sottolineare la forza iconica di una cantante che anche quando il successo era svanito (il successo, badate bene, non il mito), restava comunque nell’immaginario della pop culture mondiale. Come dimenticare i disinibiti disoccupati di Full Monty, impegnati nello spogliarello sulle note di Hot Stuff? E ancora, Enough is enough (No more tears), duetto cult con una stranamente “ritmata” Barbra Streisand. E infine, come spesso è capitato con le dive della disco music anni Settanta, era diventata icona gay, nonostante un misunderstanding che agli inizio degli anni Ottanta l’aveva costretta a smentire pubblicamente il “disprezzo” nei confronti della comunità GLBT.

Cinque Grammy vinti, prima presenza (con Bee Gees e Barry White) nella Dance Music Hall of Fame nel 2004, cento milioni di dischi venduti, ventiquattro dischi d’oro e di platino negli Usa, Donna Summer è la perfetta frontwoman degli anni Settanta. Anni di crisi economiche e petrolifere, anni di piombo in Italia e forse di grigiume negli States, eppure forieri di rigoglio culturale e musicale erroneamente considerato di serie B. La Disco music non è certamente musica d’autore, eppure per un decennio è stata la colonna sonora di una generazione inquieta, che passava con difficoltà dagli anni dell’impegno (i Sessanta) a quelli del riflusso (gli Ottanta). Il tamarrume di John Travolta, i crocifissi che facevano capolino da camicie aperte sul petto villoso, le automobili “coatte”, erano solo il lato più volgare (nell’accezione originaria del termine, beninteso) di un periodo comunque interessante.

Oggi, il nome di Donna Summer riempie le playlist delle tristi feste revival o le scalette dei programmi di Carlo Conti. Ma la regina della Disco (Gloria Gaynor permettendo) è stata davvero il simbolo sensuale e desengagé di un’epoca. Un’epoca che si è chiusa oggi, in Florida, e i ventenni di allora già si sperticano in elegie funebri su Twitter e Facebook, pubblicando il video di I feel love o Could it be magic, di Hot stuff o The hostage. Gli anni passano, la palla stroboscopica continua a girare stancamente e le camicie immacolate di un tempo sono sempre più lise…