Non bastavano i regolamenti di conti, gli arresti arbitrari, le torture, la caccia all’uomo contro la comunità Tawargha e l’impunità garantita agli autori di questi crimini. Dicevano, le nuove autorità del Consiglio nazionale di transizione della Libia, che quegli “eccessi” sarebbero stati sistemati non appena consolidato il potere.

Ed ecco i risultati, per l’appunto consolidati in una legge, la “numero 37 sulla criminalizzazione della glorificazione del dittatore”, approvata il 2 maggio insieme alla successiva, la Legge 38, che sancisce un colpo di spugna sul recente passato.

La Legge 37 prevede il carcere per chi diffonde false notizie, propaganda o informazioni allo scopo di recare danno alla difesa nazionale, “terrorizzare la popolazione” o “fiaccare il morale della gente” in tempo di guerra. Se tali azioni “recano danno al paese”, la pena è l’ergastolo.

Dunque, lo dice la legge, in Libia c’è ancora lo stato di guerra. Non era terminato con la sommaria esecuzione di Gheddafi?

La Legge 37, di cui le organizzazioni per i diritti umani chiedono il ritiro, merita di essere letta punto per punto.

Glorificare “Gheddafi, il suo sistema politico, le sue idee o i suoi figli” è considerato atto di “propaganda sensazionalista”. E ancora: chiunque, in un modo non meglio precisato, “rechi danno alla rivoluzione del 17 febbraio” va in prigione; stesso destino per chi ‘offende’ lo stato, le sue istituzioni” e (non poteva mancare) “l’Islam” o per chi “offende pubblicamente la popolazione libica”.

Quasi mai la Legge 37 determina l’entità della pena, salvo il riferimento all’ergastolo, ma il codice penale prescrive, per “reati” del genere, condanne dai tre ai 15 anni di carcere.

Insomma, la nuova legislazione ricorda sinistramente da vicino quella applicata per 42 anni nell’era gheddafiana per stroncare il dissenso. Le persone scese in strada un anno fa contro la dittatura si aspettavano la fine di queste pratiche repressive, non il loro ripristino.

Interessanti le ragioni addotte dalle autorità di Tripoli. Un dirigente del Consiglio nazionale di transizione ha detto ad Amnesty International che la nuova legge vuole proteggere la sensibilità delle vittime dei crimini di Gheddafi e promuovere la riconciliazione nazionale. Un altro funzionario ha risposto che la legge si è resa necessaria perché alcuni insegnanti continuano a parlare bene di Gheddafi ai loro alunni, minacciando in questo modo la “rivoluzione del 17 febbraio”.  

Resta una domanda: con queste autorità libiche, che accordo è andata a firmare il ministro Cancellieri in materia d’immigrazione?