Davanti all’aggiornamento ad horas sulla natura e pratica predatoria della (quasi) totalità dei partiti in ambito locale e nazionale, le reazioni della politica sono contro ragione, prima che ignobili.

In casa leghista, dopo il lavacro mediatico del raduno di Bergamo, hanno risposto con la cacciata dal partito di Belsito, tesoriere-mela marcia, e della badante sconveniente che continua a essere vice presidente del Senato.

Così in ossequio al “prestigio delle istituzioni” i suoi turni di presidenza vengono ricoperti dall’effettiva seconda carica dello Stato, inquisita per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ma Schifani gode della stima della capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, indignata dalla permanenza alla vicepresidenza di Rosi Mauro, di cui ha chiesto prontamente le dimissioni “per il bene del paese” e dunque nulla quaestio.

Intanto, come prevedibile, le indagini a Milano si allargano sul fronte del triumviro Calderoli, uno di quelli che rivendicano la pulizia, anche se non ha esibito la ramazza verde d’ordinanza, e promettono sviluppi ben più interessanti delle lauree per il fidanzato e dei finanziamenti per il  sindacato noto a pochi intimi della pugliese pasionaria padana.

Mentre Bossi tenta di sdoppiarsi tra i ruoli del tradito da chi gli sta più vicino e dell’insostituibile in quanto “mito fondativo”, il suo ex alleato e “salvatore” nei momenti difficili, che aveva fatto il passo indietro con “grande senso di responsabilità e anche con molta eleganza” ritorna agli onori delle cronache giudiziarie per nuove manifestazioni di generosità verso le sorelle De Vivo e l’inamovibile consigliera regionale Minetti.

E siccome nemmeno Ghedini, per quanto volonteroso, sembra più in grado di spiegare “le donazioni” in parcelle e altri benefici pagate a testimoni delle “cene eleganti”, irrompe sulla scena la ex sottosegretaria nonché sempre onorevole Daniela Santanché per chiarire che Nilde Iotti è come la Minetti”, una che è arrivata a ricoprire la propria carica non per concorso ma perché “faceva bene politica nella camera sopra Botteghe Oscure”. Anzi, allora era peggio di oggi, certificato dalla madrina del Billionaire.

L’indignazione e il disgusto sono d’obbligo, al di là della levatura della dichiarante se non altro perché ha ricoperto e ricopre ruoli istituzionali.  E ha fatto bene Rosy Bindi ad intervenire per richiamare a un minimo di decenza e a difendere dal fango una figura storica e istituzionale.

Meno bene, la presidente del Pd ha fatto l’altra sera ad 8 e mezzo quando si è arrabbiata con Beppe Severgnini che inevitabilmente le ha chiesto come l’incredibile gestione dei “rimborsi elettorali” del suo partito di allora, la Margherita, abbia potuto protrarsi per anni senza che nessuno vedesse.

Dall’ultimo aggiornamento sono dati per dispersi altri 13 milioni e se come sostine la Bindi chi non aveva incarichi statutari difficilmente poteva esercitare un effettivo controllo sul bilanacio di un partito “dormiente” come la Margherita, in termini di responsabilità politica non può non interrogarsi e scusarsi con gli elettori. E sarebbe tenuta a farlo per il solo fatto che si sia potuta verificare una gestione Lusi e che un simile personaggio possa aver fatto prima una così brillante carriera e poi aver gestito in totale solitudine per uso personale il bilancio di un partito.

Ma quello che è più incredibile è che mentre la Bindi e molti altri politici per bene rivendicano la bontà del finanziamento pubblico, contro l’esito del referendum del ’93, (valutazione, nel merito, persino condivisibile) sono molto poco ricettivi, per usare un eufemismo, sul fronte della drastica riduzione dei “rimborsi” da subito. Anzi sostengono e paventano che se si congelasse l’ultima tranches di 160 milioni, i partiti “non potrebbero nemmeno affrontare la prossima campagna elettorale”.

Allora c’è qualcosa che non torna e viene spontaneo domandarsi se si rendono conto di qual è la situazione e quali possono essere le conseguenze di un simile livello di degenerazione del sistema democratico, dove i distinguo e la distizione tra “chi fa politica onestamente” e quelle che vengono impropriamente e comodamente definite “mele marce” è ogni giorno più difficile.