«Bello uccidere: una sensazione di onnipotenza». Sono le parole di Oreste Spagnuolo, killer del gruppo di fuoco di Giuseppe Setola, del clan dei casalesi. Dopo l’arresto, Spagnuolo ha deciso di collaborare con la giustizia e di raccontare come ha imparato ad ammazzare. A raccogliere la sua storia, la giornalista de Il Mattino Daniela De Crescenzo nel libro  “Confessioni di un killer” (L’ancora del Mediterraneo, 2012). Una scrittura veloce e coinvolgente per un’opera che inquieta e contemporaneamente fa riflettere per la banalità di un male quotidiano. Una testimonianza da portare nelle scuole, capace di sfatare l’immagine del camorrista “vincente” e coraggioso mostrando invece quanto i criminali siano, alla fine, vigliacchi e poco intelligenti, sparando a volto scoperto a gente disarmata.

Nel libro Oreste Spagnuolo afferma che si può diventare killer per comprarsi un paio di scarpe o per essere ammirati dalle donne. Crede sia veramente così facile ammazzare persone?
Io ovviamente sarei terrorizzata, ma credo che a uccidere si arrivi attraverso un processo lento. Credo che tutto cominci quando si rompe la capacità di guardare agli altri come persone, ma anche di progettare il proprio futuro. Si perde l’orientamento e tutto sembra possibile. Ma non è vero. Spagnuolo, infatti, da un lato ammette «uccidere mi piaceva, mi faceva sentire onnipotente», ma dall’altro racconta di essere perseguitato dalla macchia rossa che si allarga sulla maglietta di Raffaele Granata (l’imprenditore ucciso per essersi rifiutato di pagare il pizzo al clan dei casalesi, ndr). Ammazzare, ti dà il potere di seminare morte, ma non quello di creare la vita. E’, dunque, un finto potere e alla fine con questo bisogna fare i conti.

Saviano recentemente riferendosi ai neomelodici che cantano di killer e capoclan ha dichiarato che nelle loro parole “non esiste il problema morale. Esiste un’etica nuova, non universale, ma particolare, modellata sul gruppo” e in Spagnuolo sembra mancare proprio una prospettiva morale. Crede si possa parlare davvero di un’etica nuova?
Io credo che l’intera società sia attraversata da un fenomeno per così dire di frantumazione dell’etica. Non ci si domanda se una cosa è giusta ma se è conveniente per il proprio gruppo, per la propria lobby. Una prospettiva a mio parere assurdamente incoraggiata dalle cosiddette classi dirigenti. Un esempio per tutti: si preferisce non trattare con i sindacati che tentano la rappresentanza complessiva dei lavoratori ma con chi si fa portatore di interessi particolari. Se manca una visione degli interessi generali è ovvio che quelli particolari diventano l’unico punto di riferimento per il gruppo che se ne fa portatore. Vale per tutti, e anche per i criminali.

Gianluca, il carabiniere che ha arrestato Oreste Spagnuolo, afferma che in un altro contesto lo stesso sarebbe diventato un manager. Crede che la colpa sia da addebitarsi esclusivamente al contesto sociale?
La responsabilità individuale è ineliminabile e Spagnuolo non invoca mai il contesto per giustificarsi. E’ certo, però, che il trasferimento a Castel Volturno segni per lui una svolta. Non credo contino tanto le condizioni economiche quanto le amicizie. Spagnuolo non vuole essere un signor nessuno, preferisce contare nel male se non può farlo nel bene. E come lui ci sono tantissimi ragazzi che finiscono a delinquere perché non hanno altri modi per emergere. Lo stesso Spagnuolo dice: «Avrei potuto dire di no? Certamente. Ma mi avrebbero giudicato un debole. E quindi una persona potenzialmente pericolosa, uno che prima o poi poteva parlare. E questo con Setola era parecchio rischioso. Non ho mai visto qualcuno che gli abbia detto di no. Il no non esiste nel suo vocabolario, per lui c’è solo il sì».

Il libro lascia una grande inquietudine e amarezza. C’è speranza?
Non lo so. La vicenda di Spagnuolo è inquietante e lui stesso non offre soluzioni. Io credo che le vite sbagliate nel nostro Meridione siano troppe. Un prezzo che non possiamo più pagare. Una società che va avanti cresce con i suoi cittadini. Noi rischiamo di morire con loro.

di Daniele Sanzone ‘A67