Palermo, bella e nobile città, afflitta come è noto da traffico ed altri flagelli, ha subito in questi ultimi giorni due gravi colpi.

Mi riferisco anzitutto all’improvvida decisione della Corte di Cassazione di annullare con rinvio il processo nei confronti di Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Oltre alla decisione in sé, tanto più grave e discutibile perché, in nome di un garantismo a senso unico, ha praticamente reso inutilizzabile il lavoro svolto nel corso degli anni dalla Procura di Palermo, risulta grave il tentativo di delegittimare in questa occasione un reato come il “concorso esterno in associazione mafiosa”. Si tratta infatti di reato indispensabile per colpire la rete di complicità e protezione che la mafia costruisce attorno a sé per poter svolgere la propria criminale azione disgregatrice.

La mafia, però, non è solo un fenomeno criminale che va perseguito a norma di codice penale con gli strumenti repressivi adeguati. E’ anche un fenomeno politico e sociale che influisce in modo crescente sulla distribuzione degli equilibri di potere e su quella degli assetti finanziari. Si tratta, insieme alle banche,  dell’unica impresa oggi priva di problemi di liquidità e solvibilità e il suo ruolo diventa sempre più importante nel contesto della crisi.

Si tratta ovviamente anche di un fattore micidiale per ogni sviluppo economico degno di questo nome che porti benefici effettivi alla popolazione e al territorio. Anche da questo punto di vista si colgono interessanti analogie fra la mafia e il potere finanziario dominante, di cui rappresenta del resto un settore di importanza crescente.  Occorrerebbe, sia detto per inciso, concentrare la propria attenzione su fenomeni del genere qualora si vogliano davvero incentivare gli investimenti in Italia, non inseguire, con l’abolizione dell’art. 18, il vano sogno di un assoluto dominio del padronato sui lavoratori. A meno che non siano quelli della mafia gli investimenti che si vogliono incentivare. Ma su questo dovrebbero riflettere, penso, Napolitano, Monti, Veltroni e gli altri prodi artefici dell’attuale macelleria sociale e propugnatori della libertà di licenziare.

O si distrugge la mafia, nelle sue varie articolazioni regionali anche peculiari, ovvero la mafia distruggerà il nostro Paese. E il delitto di concorso esterno, in associazione mafiosa, risultante dal combinato disposto degli art. 110 e 416 bis del Codice penale, volto a colpire ”quei soggetti che, sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscano, sia pure mediante un solo intervento, un contributo all’ente delittuoso tale da consentire all’associazione di mantenersi in vita, anche limitatamente ad un determinato settore, onde poter conseguire i propri scopi” (Cass. Sezioni Unite Penali, 5 ottobre 1994), costituisce uno strumento indispensabile per distruggere la mafia, così come avevano argomentato Falcone e Borsellino prima di esserne uccisi. Smantellare o delegittimare tale delitto significa quindi alimentare il potere della mafia.

Parallelamente occorre un’azione sociale, politica e culturale di ampio respiro volta a destrutturare il potere mafioso.

E veniamo al secondo fatto:  lo svolgimento delle primarie interne alla coalizione di centrosinistra, inquinate a quanto pare dall’intervento di soggetti esterni e dal verificarsi di veri e propri brogli elettorali.

Il relativo risultato non può essere accettato in quanto frutto di queste irregolarità, accertate dagli organi inquirenti a vari livelli, con intervento della Procura e della Direzione investigazioni generali ed operazioni speciali (Digos). Va pertanto considerata improponibile la candidatura uscita dalle urne.

Palermo ha urgente bisogno, come del resto tutta l’Italia, di una nuova stagione politica, sul piano della lotta alla mafia e per la rinascita politica, economica, sociale e culturale del nostro Paese. Due imprese che, per quanto detto, vanno necessariamente di pari passo. E’ anche necessario far ritrovare a questa città di importanza fondamentale il ruolo di cerniera fra l’Italia e il Mediterraneo oggi in subbuglio e in rinnovamento che ha saputo esercitare in epoche lontane.

Per tutti questi motivi  la candidatura di Leoluca Orlando, che della capitale siciliana è stato di gran lunga il migliore sindaco ed ha impersonato, con la primavera siciliana,  un grande movimento di riscossa democratica, va oggi appoggiata con forza.

Dimenticare Palermo, non si può e non si deve. Occorre ripartire da Palermo per fare come a Napoli e a dare al Mezzogiorno e all’Italia la prospettiva di alternativa democratica che risulta oggi più che mai necessaria ed urgente di fronte al vano cincischiare dei professori incompetenti capaci solo di raschiare il fondo del barile nell’illusorio intento di far fronte alle richieste sempre più esose della finanza, confermando nella sostanza  gli assetti di potere iniqui e spesso illegali che ci hanno portati all’attuale impasse, di cui la mafia, vezzeggiata da troppi politici, magari in modo bipartisan, e sottovalutata da tecnici che non sanno guardare al di là del proprio naso, costituisce parte sempre più sostanziale.