La libertà operaia è la libertà di tutti. Possibile che in molti ancora non lo capiscano? Giovedì, sul nostro giornale, il responsabile Fiat della Fiom, Giorgio Airaudo, ha raccontato come in pochi mesi sia stato perpetrato un vero e proprio omicidio di diritti, ordinari e costituzionali: il maggior sindacato metalmeccanico esiliato dal suo “paese”, la fabbrica. A negazione dello Statuto dei lavoratori e di tutti gli articoli della Costituzione che sanciscono la libertà di organizzazione. In modo specifico l’art. 39: “L’organizzazione sindacale è libera”. Se un sindacato non può essere presente sul luogo di lavoro, che libertà è mai più?

Ciò che lascia sgomenti non è tanto che padroni antidemocratici e manager reazionari facciano carte false per calpestare diritti elementari: lo hanno fatto e continueranno a farlo fin troppo spesso, considerare i lavoratori parte della propria “roba”, anziché cittadini, sembra codificato nel Dna di molti tra loro. Ma questi tentativi eversivi – visto che di fatto abrogano la Costituzione creando zone di extraterritorialità – in una democrazia ancora vitale provocano adeguate risposte di rigetto, efficaci anticorpi spontanei e organizzati, insomma un “cordone sanitario” di civiltà che isola l’arroganza “feudale” e la costringe a più miti consigli. E invece non è successo nulla, o quasi.

Eppure l’ostracismo marchionnesco della Fiom riguarda davvero tutti, i “tutti”, si intende, che abbiano ancora a cuore le libertà conquistate con la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Perché, se quanto resta in Italia di sindacato non corporativo, di sindacato capace di unificare lavoratori e lotte, e di inquadrarle in un orizzonte di interesse generale, viene progressivamente annientato nel silenzio colpevole dei media e degli intellettuali, di ciò che in democrazia è “voce pubblica” e dovrebbe essere “cane da guardia” della stessa, per i ceti il cui “disagio” sempre più si approssima alla fame e alla disperazione verrà meno ogni possibilità di protesta civile. A manifestare resteranno solo categorie e lobby opulente di “santi in paradiso”, e l’infiltrazione di mafie e fascismi diventerà la regola per le ribellioni disperate dei sempre più numerosi emarginati.

Prima che sia troppo tardi, perciò, è necessario che a surrogare nell’impegno civile una politica assente sia il sindacato non corporativo, siano le testate giornalistiche e le trasmissioni tv (che spesso deragliano nell’auto censura, perfino sul teppismo fascista), siano gli intellettuali e le figure pubbliche. Almeno.

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012

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