La promessa gliel’aveva fatta il sindaco di Torino Piero Fassino appena eletto, nel maggio scorso. E il suo predecessore Sergio Chiamparino, da allora alla ricerca spasmodica e vana di uno sbocco politico che l’ha portato finanche a bussare alla porta dell’ex emergente sindaco di Firenze Matteo Renzi, adesso passa all’incasso: “Sono stato contattato per la presidenza della Compagnia di San Paolo e ho dato la mia disponibilità”. Ecco fatto.
Se vi chiedete chi l’ha contattato, lasciate perdere. Certe cose non si dicono. Il bravo politico-banchiere dev’essere un eccellente dissimulatore. Per dire, fino a poche settimane fa Chiamparino faceva finta di non volerne sapere della Compagnia: “Il mondo è già pieno di banchieri che non sanno fare il loro mestiere”, diceva, forse preparando il colpo di scena, la sorpresa: il politico che crede di saper fare il banchiere. Del resto funziona così il galateo opaco delle Fondazioni bancarie, giuridicamente enti privati, di fatto ultimo tesoretto a disposizione della casta, che difende con le unghie e con i denti il potere di fare i suoi comodi con quei 50-60 miliardi di patrimonio. Sarebbero soldi pubblici, e farebbero tanto comodo a uno Stato costretto a tagliare le pensioni, ma non c’è niente da fare.

Guai a chi tocca l’autonomia delle Fondazioni. Che nel caso della Compagnia San Paolo funziona così: dei 21 membri del consiglio d’amministrazione il comune di Torino ne nomina due, eppure, per prassi, tradizione e convenzione tacita, comanda. Il presidente della Compagnia lo sceglie il sindaco, e tutti i 21 consiglieri, grati di aver avuto la poltrona (chi dal comune di Genova, chi dalla regione Piemonte, chi dall’Accademia dei Lincei, chi dall’Unione Europea, e via dicendo) alzano la manina. Stavolta però Chiamparino abbatte il muro del suono: ci va lui direttamente, facendosi prescegliere dall’amico-nemico Fassino. Potrebbe sembrare una farsa municipale se non fosse preceduta da una tragedia nazionale.

La Compagnia di San Paolo è il primo azionista della prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, con il 10 per cento delle azioni. E fa una certa impressione constatare che negli ultimi anni il contributo di Chiamparino al governo del gigante del credito, come tutte le banche sull’orlo di un abisso chiamato crisi finanziaria mondiale, sia stata la difesa dei coefficienti di torinesità della banca. Avete letto bene: torinesità. Chiamparino è affezionato alla Compagnia di San Paolo e ad altre cose torinesi come la Fiat e le partite a scopone con Sergio Marchionne per distrarsi un po’ tutti insieme tra una chiusura di stabilimento e una perdita di quote di mercato. Nel 2004 ha voluto alla presidenza della Compagnia l’avvocato dell’Avvocato, Franzo Grande Stevens. Nel 2008 ha scelto Angelo Benessia, ex consigliere Fiat. Adesso i salotti trasversali torinesi sono stufi di Benessia, perché (indovinate?) non si è fatto valere con i “milanesi”, che poi erano il bresciano Giovanni Bazoli (presidente di Intesa), il comasco amministratore delegato Corrado Passera, il lecchese Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, secondo azionista della banca dopo la San Paolo.

Il problema di Chiamparino è che Intesa Sanpaolo è nata dalla fusione della milanese Intesa e della torinese Imi-Sanpaolo, nata a sua volta dalla fusione della torinese San Paolo con la romana Imi. Banche gigantesche, di livello internazionale alle quali però giustamente uno come Chiamparino guarda la targa, perché i mercati globali sono chiacchiere, mentre chi comandano sono i politici locali. E così quando ci fu la fusione, nel 2007, il numero uno Passera entrò in rotta di collisione con il numero due Pietro Modiano, che veniva dal Sanpaolo, ma era l’unico vero milanese al vertice. Il sindaco di Torino, con l’occhio ai mercati internazionali, tuonò: “Il siluramento di Modiano verrebbe vissuto come un atto ostile alla città”. Nientemeno. Modiano infatti, benché milanese, e blasonato per la discendenza dalle carte da gioco, fu cacciato dai milanesi. Per riscattare lo scorno, Chiamparino mise in pista per la presidenza del consiglio di sorveglianza l’ex ministro Domenico Siniscalco, lanciandolo così: “Ho cercato un nome che avesse i quarti di professionalità e di torinesità utili per non lasciare la palla in mano ai milanesi”.

Lui parla così. Anche Siniscalco è stato abbattuto, e ha devoluto la sua torinesità alla Morgan Stanley. Adesso l’ex sindaco vuole andare in prima persona a cantargliela ai milanesi. Ma a Torino, dove come in ogni paesone preferiscono l’odio intestino a quello per i milanesi, qualcuno teme che alla fine si limiti a usare la Fondazione, impoverita dalla crisi bancaria, come Bancomat per il comune, pure impoverito, del suo grande elettore Fassino.

Il Fatto Quotidiano, 19 Gennaio 2012