“Via le Br dalla Procura di Milano”, tuonava su sfondo rosso un grottesco manifesto in piena campagna elettorale in vista dell’elezione del sindaco del capoluogo lombardo nella primavera di quest’anno. Vi ricorderete forse che dopo pochi giorni si scoprì che dietro l’anonimo manifesto si celava un candidato del centro-destra, poi estromesso con tante scuse da parte della stessa Letizia Moratti.

Al coro di sdegnata condanna si unirono praticamente tutti, compreso il ministro degli Interni Maroni (il quale annunciò “verifiche” per individuare i responsabili dell’affissione “da condannare” anche perché la Procura di Milano “è stata duramente colpita dalle Br”) e il Ministro della Giustizia Angelino Alfano (che ricordò come l’autorità giudiziaria, diceva Alfano, “è garante dell’applicazione dei principi di legalità e di giustizia e sull’altare di questi ha versato un tributo di sangue che nessuno può dimenticare”). Forse solo l‘ex presidente del Consiglio non intervenne in maniera tempestiva ed esplicita, dando l’impressione (ma è solo una mia opinione) che quel manifesto aveva detto in maniera solo un po’ troppo colorita e aggressiva quello che tutto sommato una certa parte di politica pensava e diceva tra le righe da molto tempo (d’altronde la rassegna stampa sulle accuse violentissime rivolte dall’ex premier in particolare alla Procura di Milano richiederebbe un intero libro).

In effetti si tratta di una vicenda paradigmatica del rapporto tra politica e magistrati nella Seconda Repubblica, i cui tratti salienti sono : 1) diffondere la leggenda metropolitana che la magistratura agisca per fini politici, così da non dover parlare e spiegare il contenuto delle accuse; 2) delegittimare l’accusatore e l’istituzione magistratura nel suo complesso: accusare è la miglior difesa; 3) far credere che un’indagine sia politica per il solo fatto che si occupa di uomini politici, laddove invece sarebbe politica se fosse infondata, mentre è perfettamente normale e doverosa se si occupa di comportamenti illeciti che commettono anche i politici in questo Paese (che gli effetti di un’indagine siano anche politici è altra questione che non può e non deve influenzare l’azione dei pubblici ministeri i quali hanno l’obbligo di accertare i reati e perseguirli nei confronti di chiunque); 4) difendersi “dal processo” e non “nel processo” (tecnica peraltro legittimata anche da Enrico Letta sul Corriere).

La vicenda, oltre che gravissima e indegna, è significativa anche per il seguito processuale, che però nessuno o quasi ancora conosce. Dovete sapere che la Procura di Milano ha contestato agli indagati il reato di “vilipendio alla magistratura“, previsto dall’art. 291 del codice penale. Per tale reato è previsto una particolare procedura in quanto l’azione penale può essere esercitata dalla Procura se e solo se il Ministro della Giustizia concede l’autorizzazione a procedere (si tratta di una clausola eccezionale predisposta forse per evitare che i magistrati perseguissero chiunque li contestasse in maniera pretestuosa, abusando della fattispecie penale).

La Procura ha inoltrato sin dallo scorso maggio la richiesta di autorizzazione al Ministero ma in oltre 5 mesi (e nonostante un sollecito) né Alfano né Palma hanno evidentemente trovato il tempo per mettere la firma e consentire che si celebri il processo contro chi ha così gravemente infamato il nome della Procura di Milano. Evidentemente non si può negarla questa autorizzazione, perché l’accusa è assolutamente fondata; allora ci si limita al silenzio, si impedisce che la giustizia vada avanti, forse per un malinteso senso di solidarietà politica o di difesa corporativa? Il rifiuto avrebbe potuto suscitare polemiche e accuse, mentre il silenzio è una medicina docile che questo Paese assume compiaciuto, anche per non ricordarsi troppo spesso quanta illegalità, corruzione e mancanza di rispetto delle istituzioni lo inquinano.

Se vogliamo anche solo provare a sognare di aprire una fase nuova della nostra Repubblica, dobbiamo avere il coraggio della chiarezza e partire anzitutto dall’affermazione della legalità, senza scuse, senza coni d’ombra di impunità, senza silenzi imbarazzanti.