Atlanta, Georgia, Stati Uniti d’America. Nonostante le relativamente recenti e discussissime Olimpiadi del 1996 (ricorderete, erano le Olimpiadi del centenario, che buon gusto avrebbe voluto fossero assegnate ad Atene, e che invece la potenza geo-politica ed economica degli Usa in seno al Comitato olimpico internazionale fece assegnare, appunto, ad Atlanta), per la maggior parte degli italiani questa città statunitense rimane alquanto sconosciuta, al di fuori degli abituali tour turistici.

Tuttavia, Atlanta si sente ancora la capitale morale (quelle politiche furono Montgomery, Richmond e Danville) della Confederazione degli Stati del Sud. Ed è proprio quest’aria che trasmette anche ai suoi turisti. Atlanta, con i suoi viali larghi, i suoi palazzi maestosi, i suoi grattacieli squadrati, lucidi, imponenti, i suoi parchi, i suoi scorci ammodernati da Via col vento, le ormai sporadiche (ma non assenti) bandiere confederate che sventolano da abitazioni private, parlano della nostalgia di certi Atlantans verso la Confederazione.

Un’aria da nobile decaduta, ma anche un’aria di paura, con poliziotti e guardie private presentissimi in ogni angolo anche del centro, a dar l’idea che ovunque non ce ne siano, sia una terra di nessuno. La maggioranza degli abitanti è di origine afro-americana (il 54%) mentre il 38% è bianco, eppure le famiglie interrazziali sono solo il 2%, a testimonianza di una divisione rigida fra pigmentazioni della pelle, con i neri che sono per lo più molto scuri e non mulatti, a testimonianza di uno scarsissimo amalgama genetico con pigmentazioni non nere fin dalla notte dei tempi.

In Nord America le città cambiano pelle e profilo in media ogni lustro. La stessa Toronto, dove ho vissuto negli ultimi sei anni, ha cambiato il suo profilo di grattacieli (lo skyline) in modo sensibilissimo dal 2006 al 2011. Potete immaginarvi quanto sia cambiata Atlanta in 26 anni. La prima volta che l’ho visitata avevo 11 anni ed era il 1985. Ero appresso ai miei genitori, in uno dei nostri scambi casa con una famiglia americana (ricordo ancora il nome: gli Edwards, a Lullwater Road; per chi volesse leggere le cronache romanzate di quei viaggi, vada qui).

Rimanemmo un mese e fu una delle più belle esperienze statunitensi, proprio perché Atlanta era una metropoli pienamente a Stelle e Strisce, molto distante come atmosfera dalla quasi europea Boston e dalla internazionale New York.

L’America della metà degli anni Ottanta era qualcosa di davvero molto diverso dall’Italia della stessa epoca. In quell’anno uscì un film che divenne cult, Ritorno al futuro (Back to the Future) di Robert Zemeckis, e quell’estate trascorsa negli Usa ebbe il sapore del viaggio nel tempo, in un mondo futuro dove esistevano elettrodomestici mai visti prima nella nostra casa romana, dal lavello tritarifiuti al forno a microonde, aggeggio magico nel quale infilavi un bicchiere d’acqua fredda dal frigo a doppia anta, e dopo 15 secondi lo tiravi fuori bollente.

Oggi, ancor più di allora, Atlanta è una città ricca di mille attrazioni turistiche rivolte per lo più a incontrare i gusti di un turista domestico, statunitense (basti pensare al museo della Coca-Cola, o al tour della Cnn, o alla glorificazione di Cyclorama, il quadro sferico e tridimensionale più grande del mondo, che rappresenta una scena della battaglia di Atlanta, durante la guerra di secessione).

Ma Atlanta è anche la città sede di alcune della maggiori corporation statunitensi, che hanno fatto di questa metropoli la loro sede-base: oltre alle già citate Coca-Cola e Cnn, anche la Delta Air Lines, che ha trasformato lo Hartsfield-Jackson International Airport nell’hub più frequentato dell’intero pianeta. E ancora: la At&T, il corriere Ups, la catena di fast-food Arby’s, il canale Weather’s Channel che trasmette 24 ore al giorno informazioni sul tempo atmosferisco, la Turner Broadcasting, uno dei colossi americani dell’informazione, e diverse altre ditte famose a livello continentale. Non è un caso che in un decennio i residenti dell’area metropolitana siano passati da 4,1 a 5,7 milioni.

Nonostante la sua massiccia estensione, Atlanta non ha una rete metropolitana capillare come succede a New York o Londra. Come anche Roma, ma senza il suo sottosuolo ricco di reperti archeologici, la metro di Atlanta (chiamata Marta) si estende lungo due-tre direttrici, collegando solo l’aeroporto con il centro e la parte nord della città, più un altro braccio che collega le zone est e ovest. Il resto è affidato alla rete di autobus, che sono, se non altro, nuovi e moderni.

Fatto curioso, la città si estende molto nel sottosuolo, a causa delle lunghe, calde e umide estati, che rendono il passeggiare in superficie una sfida quasi sovrumana. Così, quando si cammina per i maestosi viali della città anche in inverno, capita di incontrare una strana aria di desolazione, di desertificazione umana: pochissima altra gente passeggia in superficie, anche nei momenti di punta del pomeriggio. E forse questo è il dato caratteristico più tipico di questa grande città statunitense, un dato che la avvicina a come uno si immagina che si vivrà negli insediamenti umani su altri pianeti dal clima irrespirabile: sottoterra. Francamente, questi Atlanters non li invidio nemmeno un po’.