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Pierfranco Pellizzetti
Saggista

Il lavoro della vecchia talpa liberista

Giorni fa ci chiedevamo con Francesco Sylos Labini dove fossero finiti gli autori di Noisefromamerika, il manipolo di economisti mercatisti emigrati negli Usa che hanno usufruito del classico quarto d’ora di celebrità presentandosi sulla scena nazionale con il cappellone da cow boy e stupendo un ambiente solitamente compassato con linguaggi alla John Wayne.

Ma ecco sabato scorso la lieta novella, su questo sito: Noisefromamerika is back, grazie al portavoce Andrea Moro. Il cui post polemizzava con una precedente nota di Francesco sulla truffa mediatica del finto Nobel per l’Economia gestito dalle banche per premiare i più fidati propagandisti.

La replica del Moro di New York ha ricevuto in sede di commenti la giusta dose di stroncature. Ma c’è un aspetto che mi preme sottolineare, riguardo a questi talebani al servizio della finanza speculativa: la sicumera nel pretendere l’insindacabilità della loro presunta scienza, presentata come cerchio magico per iniziati.

Il meccanismo è noto: una comunità professionale di linguaggio che ragiona in termini di potere si ammanta dell’oscurità verbale e dell’ipotetica scientificità delle proprie tesi allo scopo di presidiare il campo disciplinare.

George Bernard Shaw, profondo conoscitore delle cose umane, ebbe a dire che «ogni professione è una cospirazione contro il profano».

Eppure questa ascesa degli economisti al ruolo mistificatorio di vestali della Verità continua a fare danni. Anche perché tali signori sono propugnarori di una visione del mondo a dir poco devastante: la tesi falsa e bugiarda per cui la scienza che si chiama “economia” – a loro dire – «riposa su un’astrazione originaria, che consiste nel dissociare una particolare categoria di pratiche dall’ordine sociale nel quale ogni pratica umana è immersa» (Pierre Bourdieu). Sicché, sulla scia del dottor Frankenstein, creano quella sorta di mostro antropologico chiamato homo oeconomicus. Un prodotto dell’ignoranza, intesa nel senso letterale del termine. L’ignoranza di questi individualisti a fumetti, fan del free rider (l’egoista razionale) per il quale ogni processo culturale (pratiche economiche e relative narrazioni comprese) è sempre un prodotto sociale: «L’individuo razionale non è un solipsista, quanto piuttosto uno zõion politikon: una creatura le cui esigenze non si sviluppano nell’isolamento» (Mary Douglas).

Ma per capirlo bisognerebbe studiare, non rileggere sempre lo stesso messale (magari scritto a Chicago e dintorni) o baloccarsi con i giochini matematici (dove i conti non tornano mai) per darsi arie da scienziati.

Insomma, i massimi pensatori dell’economia novecentesca, da John Maynard Keynes a Joseph Alois Shumpeter (e magari anche il nostro Luigi Einaudi), erano grandi intellettuali capaci di ibridare la migliore cultura del tempo in analisi che rompevano gli schemi dottrinari. Non gente che timbra il cartellino nella fabbrica del pensiero mainstream. Pensiero tuttora in auge negli Usa (dove i beneficiati del crollo bancario sono stati gli stessi banchieri) ma che è riuscito a distruggere l’economia di quel grande Paese; che ora difende l’egemonia competitiva in caduta libera solo grazie al controllo delle mannaie finanziarie e il potere di intimidazione assicurato dall’apparato bellico.

Bel lavoro (seppure inintenzionale), vecchia talpa liberista!


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