Nel Paese dalla memoria breve, anzi brevissima, molti avranno già dimenticato il sobrio giudizio su Il Fatto Quotidiano che, lo scorso luglio, l’attuale presidente del Copasir comunicò a Luca Telese: “Voi del Fatto siete tecnicamente fascisti”. Non so se il Fatto abbia dato mandato ai propri legali per querelare l’onorevole D’Alema. Vale comunque la pena rinfrescarsi la memoria e ricordarsi da quale pulpito è partita l’offesa.

Correva l’anno 1985 quando l’allora segretario Pci e consigliere regionale della Puglia, durante una cena a casa dell’imprenditore Francesco Cavallari, ricevette 20 milioni di Lire in una busta bianca. “Ma non finì lì.” – aggiunse Cavallari in una intervista a Panorama uscita nell’agosto 2009 – “In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire”. L’imprenditore barese, poi condannato per mafia, voleva in questo modo garantirsi – disse -la non belligeranza della Cgil. Cavallari, secondo la magistratura barese, era infatti abituato ad usare metodi poco ortodossi per “discutere” con il sindacato: mandava i suoi scagnozzi a menare le mani. Un metodo che oggi molti “prenditori” italiani probabilmente userebbero volentieri contro la Fiom…

Il 10 maggio 2007, presso lo sfavillante spazio Krizia di Milano, l’instancabile Piero Ricca colse l’occasione di una conferenza dell’allora ministro degli esteri D’Alema per ricordargli questo peccatuccio di gioventù. Di fronte al cittadino informato Ricca, il ministro si difese così: “Lei si sbaglia profondamente perchè non c’è stata nessuna sentenza di prescrizione. E se lei lo dice o lo scrive io la denuncio”. Pronta ed inevitabilmente irritante la risposta dello scomodo intervistatore: “Ho già vinto contro Berlusconi, vincerò anche con lei…”. A distanza di anni non mi risulta che D’Alema abbia effettivamente denunciato Piero Ricca. Come mai?

L’arroganza del potere. Un malcostume che una parte della sinistra si è portata dietro fino ad oggi. Era il 2008, per esempio quando la guardia di finanza notificò due avvisi di garanzia a Emanuele Martinelli e Antonio Ricco, rispettivamente vicesindaco e “factotum” del sindaco di Bari Michele Emiliano. La solita storia, di ieri e di oggi: appalti, favoritismi, “sistema”… Chi ne parla o ne scrive viene marchiato come antipolitico o addirittura fascista.

Più recentemente – dicembre 2010 – fu il giovane e bravo Antonino Monteleone, inviato di Exit (trasmissione de La7), a far perdere la pazienza a D’Alema piazzandogli un microfono sotto il muso e ricordandogli, senza giri di parole, la mancata risoluzione del conflitto d’interessi, la mancata riforma della legge elettorale e le altre gravi “mancanze” imputabili a lui, al suo breve governo e, in parte, al suo partito. Una intervista televisiva utile per chi volesse scrivere un trattato di antropologia politica: il progressivo rabbuiarsi del volto di D’Alema è uno spettacolo per il quale varrebbe la pena pagare il biglietto… Un coraggio che, in questa Italia, si paga: avete più visto Monteleone in tv? È stato per caso invitato, almeno come moderatore, in qualche dibattito alle varie feste dell’Unità?

Questa sera Massimo D’Alema sarà ospite della Festa dell’Unità di Bologna: chissà se qualche tesserato/a Pd avrà il coraggio di chiedere spiegazioni, su questa e su altre “questioni morali” che lo riguardano. L’uomo della bicamerale e del “patto della crostata” (nonché mancato presidente della Repubblica: nel 2006 era tra i papabili per il Quirinale, ma fortunatamente venne scelto Napolitano…) è avvisato: la pazienza del “suo” popolo è finita, e con essa l’epoca delle standing ovation. A prescindere dagli sviluppi del caso Penati, forse è giunta l’ora anche per D’Alema di rendere conto dei propri errori, quelli politici innanzitutto. Uno su tutti: aver accolto Francesco Cossiga e l’Udeur nella maggioranza che sostenne il suo governo (1998-2000). Una strategia, quella della rincorsa al centro, che dieci anni dopo lui e suoi sodali si ostinano a percorrere. Nonostante le numerose sconfitte, nelle primarie e nelle elezioni “vere”…

Ormai è evidente: quella che alcuni chiamano già “la terza Repubblica” nascerà solo quando Berlusconi e coloro che gli hanno permesso di rovinare l’Italia usciranno di scena. Naturalmente questo vale per D’Alema “ma anche” per Veltroni… E sarà sempre troppo tardi.