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Luca Telese
Giornalista

Berlusconi e la diplomazia degli insulti

Andiamo alla sintesi brutale, usando il lessico informale del berlusconismo: la culona inchiavabile si è chiavata “Papi”. Oppure, in modo didascalico: Angela Merkel ha strapazzato Silvio Berlusconi. O anche, con tono epico-storico: la Germania è per la terza volta in battaglia con l’Italia, è una guerra asimmetrica, la guerra dello spread, e noi siamo di nuovo a un passo da Caporetto. Ci deve essere sicuramente una nemesi, nel dramma dei mercati che stiamo vivendo, se l’ingiuria goliardica che fino a ieri nel nostro paese sarebbe stata archiviata con un’alzata di spalle, sul piano internazionale, oggi è stata punita dal flagello vendicativo del tasso impazzito, dal morbo che in questi tempi feroci corrode senza rimedio le monete, i paesi e le leadership. Avvertenza per il lettore: questo articolo non può che essere scurrile.

Immaginate l’impatto devastante dello stilema classifica-Discoring applicato al repertorio zoologico della cosiddetta “diplomazia del sorriso”, quella di cui il Cavaliere ha fatto ampio e orgoglioso sfoggio in questi anni. La crisi ha prodotto anche questo ribaltamento. Tutto quello che un tempo a molti appariva grossolano e divertente, ma sopportabile, adesso diventa insostenibile, grottesco, e persino compromettente. Provate a prendere anche una dichiarazione apparentemente amena del nostro presidente del Consiglio che, nella conferenza di fine anno, sembrava soltanto azzardata: “Il mio orgoglio è quello di aver portato in dote all’Italia una mia diplomazia privata. Mi vanto di avere tre grandi amici nel mondo: Ben Alì, Mubarak e Gheddafi. Micidiale. In meno di un anno dei tre amici uno è finito in carcere, due sono latitanti.

Ieri si poteva sorridere, oggi questa frase appare surreale e vagamente iettatoria. E dire che il Cavaliere era quello che nel momento in cui si decideva la guerra diceva “Non voglio disturbare Gheddafi”, e che solo quattro mesi dopo rivelava in un retroscena pubblicato dal Corriere della Sera: Muammad mi vuole uccidere!. Se “la diplomazia del sorriso”, almeno nella testa di Berlusconi ha veramente avuto un senso, adesso non ce l’ha più nemmeno lì. Perché l’uomo che si immaginava Re Mida ha ormai assunto un tocco rovesciato, tutto quel che sfiora, si dissolve, il carisma spavaldo è stato corroso dal senso del ridicolo.

Ricordate le corna, esibite davanti agli scout, sulla testa dell’allora ministro degli Esteri spagnolo Josep Piqué, nel tentativo di elevare a lingua di Stato l’estetica di Pierino? In questa Europa, non c’è più spazio per scherzare, non c’è scongiuro o burla possibile per chi cambia cinque Finanziarie in due mesi. Dice De Benedetti che Berlusconi, dopo aver promesso di non mettere le mani nelle tasche degli italiani “Deve aver sbagliato pantaloni”. Sublime. Ma ai mercati non si possono raccontare nuovi miracoli italiani. C’è stato un passaggio di epoca, bisognerebbe prenderne atto. Ricordate il siparietto ridanciano con il primo ministro danese (e all’epoca) presidente di turno dell’Ue, Anders Fogh Rasmussen? “Lui è il premier più bello d’Europa. Penso di presentarlo a mia moglie perché è anche più bello di Cacciari. Con tutto quello che si dice in giro…”. Povero Silvio. Lì iniziava il calvario che lo portava al divorzio e alla satiriasi sulla via di Casoria e dell’Olgettina. C’era bisogno di esibirlo davanti al mondo? E che dire del memorabile discorso pronunciato davanti al capogruppo dell’Spd a Strasburgo, era il lontano 2003, quando i mulini erano bianchi e Berlusconi (essendo più giovane) non aveva ancora i capelli: “Siete turisti della democrazia. Lei può fare la parte del kapò in un film sui nazisti!”.

All’epoca si poteva sorridere, oggi l’estetica della barzelletta non può risolvere i rapporti di forza con la Banca centrale. Alla culona inchiavabile, Berlusconi fece anche attendere sconcertata, una lunga discussione al telefonino mentre il protocollo richiedeva una sfilata marziale. E che dire di quel grido da gita scolastica, “Mr Obamaaaa!”, che strappò un gesto di sconcerto anche alla regina Elisabetta e alla sua borsetta? Si poteva fare peggio? Sì, definire il presidente americano “abbronzato”. Lo sventurato lo ha fatto. Adesso non servono a nulla le carnevalate con i capelloni gemelli di foca bianca assieme all’amico Putin, che pure non alleggerivano l’imbarazzo per l’abbraccio stringi-tette (con bacio rifiutato) all’operaia russa, durante la visita di Stato (considerato più grave – purtroppo – dell’apprezzamento erotico alla terremotata italiana).

Non fa più ridere l’idea che abbiamo avuto un premier convinto che “in Cecenia siano stati rispettati i diritti civili”, non serve più a nulla il tentativo imbarazzato di nascondere la figuraccia mondiale fatta con la presidente finlandese Tarja Halonen, sostenendo di aver intrecciato, nelle trattative per assegnare la sede dell’agenzia alimentare, diplomazia e corteggiamento. Figurarsi. Eppure Berlusconi, parlando di fronte al presidente della commissione Ue José Manuel Barroso, aveva così vantato le sue liaisons dangereuses: “Quando si insegue un risultato bisogna usare tutte le armi che si hanno a disposizione… e quindi io ho rispolverato tutte le mie arti da playboy, ormai lontane nel tempo, e utilizzato una serie di sollecitazioni amorevoli nei confronti della signora presidente”. Povera Tarja: dopo il bunga bunga è difficile sorridere su queste battute. Oppure sulle strapaesanerie del tipo: “Posso parlare della superiorità del culatello sulla renna affumicata, anche perché ho dovuto sottostare alla dieta finlandese e so cosa significa…”.

Ora c’è la dieta tisanoreica, il cucù ce lo fanno la Merkel, lo spread, i miliardi che vanno in fumo ogni giorno, nelle aste dei titoli di Stato. Ora, se volesse davvero sorprendere, Berlusconi dovrebbe ripetere la scena che fece con Zapatero. Andarsene senza spiegazioni. Noi al contrario di José Luis, capiremmo: Cucù Silvio.

Il Fatto Quotidiano, 13 settembre 2011


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