I fenomeni, sempre più diffusi nel mondo, di cittadinanza attiva cominciano a fare intravvedere una luce nel buio di un paradosso che l’ideologia politica prevalente ha fino ad ora relegato, più o meno consciamente nelle cantine del discorso pubblico.

Per illustrare il paradosso ci avvaliamo della stilizzazione semplificata del Contratto statuale nel pensiero di Hobbes. Tale Contratto (the Covenant) si costituisce essenzialmente nella forma di una libera cessione di potere assoluto da parte dei cittadini al Sovrano, in cambio di un unico bene, la cui tutela ad esso dovrà competere: la sicurezza (un bene/finalità, non un diritto! – end, goal, aim – un bene infatti si tutela, mentre un diritto si garantisce: chi può garantire una vita sicura?). Nelle democrazie contemporanee avviene per lo più che il contratto con il Sovrano Delegato (nelle sue svariate figure istituzionali – singole o plurali – dal Sindaco al Governatore, dal Parlamento all’Esecutivo etc.) consiste di fatto nella libera cessione di un potere speciale, quello di servizio (dunque così poco assoluto che viene riconosciuto e legittimato solo relativamente ai risultati delle sue performances funzionali) in cambio della totalità dei beni (well-being, prosperity).

L’insostenibilità di tale squilibrato contratto è costantemente rivelata dalla perenne impotenza del Sovrano a ottemperare adeguatamente alle pretese, e dall’altrettanto perenne e deluso lamento dei cittadini in ordine a tale fallimento. Pensare che in una società complessa, dunque nemmeno più stratificata come ai tempi di Hobbes, ma funzionalmente differenziata, il così poco di potere formalmente concesso possa sopperire al tutto dei beni pretesi è accreditare concettualmente la doppia ipocrisia che immagina come paradigma adeguato alla soluzione dei problemi la semplice connessione fiduciaria, la quale fonda nella fiducia attiva dei deleganti e nella fiducia passiva dei delegati la chiave di una gestione efficiente della cosa pubblica.

Ora, la crisi dell’autosufficienza della delega e della efficacia della rappresentanza è, se non sotto gli occhi di tutti, sempre più leggibile. Come uscire da queste aporie? Già da tempo la teoria dei sistemi aperti (Bertalanffy- Luhman) segnala che per ridurre la complessità dell’ambiente – vedi: bisogni, diritti, istanze e pretese sociali etc. – occorre aumentare la complessità del sistema – vedi: strutture decisionali, processi analitici, iniziative, progettualità etc. L’introduzione a pieno titolo, nella sfera della politica democratica di una società complessa, di una cittadinanza costantemente attiva che accompagni e irrobustisca ma anche ispiri i processi e le forme di delega, non costituisce semplicemente un supporto partecipativo o peggio di consenso di volta in volta agito a favore o contro i decisori, ma una vera e propria necessità funzionale della democrazia moderna.

L’autonomia sociale nell’attività politica e la fondamentale autovalorizzazione che vi è implicita è di fatto in grado di produrre mondo: oggetti e progetti e relazioni innovative. Queste semplici considerazioni introducono a un paradigma della politica che va al di là della sua prevalente forma amministrativa, peraltro inevitabile e necessaria. La politica come amministrazione si dà come risposta alla domanda “di che cosa ho bisogno?” e della questione correlata “chi me lo soddisfa?” . La delega e il suo monopolio vi sono impliciti. Ma esiste, e la storia delle rivoluzioni ma anche la storia delle innovazioni sono lì a mostrarlo, un altro paradigma della politica. Esso si costituisce a partire dalla domanda: “che cosa posso?” o meglio ” che cosa possiamo?” e si articola in tutte le forme in cui la potenza virtuosa dell’autorganizzazione sociale si misura con le proprie risorse, la propria intensità e il proprio orientamento, in funzione del Bene Comune.

I due paradigmi non solo non sono alternativi ma possono e debbono ragionevolmente coordinarsi in un gioco cooperativo (in cui peraltro anche la delega si manifesta come specifica forma di potenza) e in cui il conflitto contingente è esso stesso dinamicamente positivo ai fini degli effetti virtuosi. Laddove la potenza liberata della cittadinanza attiva si manifesta nella sua capacità di autonomia, di autovalorizzazione, di sperimentazione e innovazione si potrebbe perfino, al di là di falsi pudori, parlare di democrazia rivoluzionaria senza provocare timore e tremore.