Un particolare della copertina del libro

Alberto Riva non è un veggente, però il suo romanzo Sete (Mondadori) non poteva trovare miglior periodo di questo per uscire in libreria: nei giorni del referendum sul bene più prezioso del pianeta. Perché di acqua parla questo potente e poderoso romanzo (465 pagine) che si colloca a buon diritto nella tradizione del grande thriller anglosassone, quello di John Le Carré e Robert Harris: trama avvincente e contenuti forti.

Alberto Riva non è un veggente ma è un ottimo giornalista, e quando ha cominciato a pensare alla trama del suo romanzo d’esordio (aveva già scritto due saggi, uno sul trombettista jazz Enrico Rava, l’altro su Rio de Janeiro) il tema dell’acqua era fortemente dibattuto in Brasile, il Paese dove vive da alcuni anni. E il Brasile fa appunto da sfondo alle vicende che ruotano attorno alla lotta per il dominio della più grande risorsa del pianeta. Un Brasile non convenzionale, per nulla da cartolina. Ma molto realistico nella descrizione della nuova classe dominante e dell’eterno esercito dei perdenti, la prima assetata di denaro e potere, i secondi assetati e basta. E infettati dall’acqua del São Francisco, un fiume che dovrebbe essere stato depurato di tutte le scorie, e che infatti risulta pulito. Così pulito che le sue acque hanno una composizione chimica diversa dalla normale acqua da bere. Un fiume che semina morte e deformità tra gli abitanti delle terre che bagna.

Parte da questo mistero l’avventura di Sarah Clarice, giovane attivista di una Ong, e di Matheus Braga, brillante biochimico da lei chiamato a indagare sulla composizione impossibile di quell’acqua che non disseta ma uccide. E presto entrano in scena quelli che possiamo chiamare i poteri forti del Brasile di oggi, cioè le poche famiglie che detengono la quasi totalità della ricchezza del Paese, a cominciare dalle risorse principali e cioè la terra e l’acqua, e che ne determinano l’economia dai grattacieli di São Paolo, in combutta o in lotta con le grandi multinazionali che dominano il mondo.

Una di questa famiglie, quella dei Johannsen, è proprietaria delle terre in cui scorre il fiume dalle acque velenose. E qualcuno vuole comprarle, quelle terre, a qualunque prezzo e con ogni mezzo. Il compratore è una delle mille società controllate dal Drago, un uomo dal passato misterioso che ha costruito le sue immense fortune sull’acqua: la compra, la imbottiglia, la vende, la depura. E ora vuole possedere quella del São Francisco. Perché?

Come in ogni thriller che si rispetti, anche in Sete ci sono i buoni, i cattivi e quelli così così. Il Drago appartiene a quest’ultima categoria, più visionario che feroce. Ma il vero protagonista del romanzo è l’oro blu: il suo sfruttamento, la sua proprietà. Come ricorda uno dei personaggi, “oggi già si guadagna moltissimo con l’acqua senza esserne proprietari, bensì concessionari (…) Sai quanto paga in Europa la Nestlé per la concessione di un’acqua che poi vende al supermercato con un’etichetta e una bottiglia fichissime? Trecento euro all’anno! La concessione! Con trecento bottiglie ti sei già ripagato le spese”.