L’interrogazione parlamentare a risposta scritta proposta dal Sen. Pietro Ichino il 18 maggio 2011 ha sollevato un discreto dibattito. Il 26 maggio ed il 3 giugno Francesca Coin e Guido Mula hanno commentato la proposta in questo blog. Pubblichiamo di seguito la risposta che Andrea Ichino ha scritto al post di Francesca Coin ed a cui a breve l’autrice replicherà direttamente. E’ importante tuttavia cominciare a rispondere sin d’ora ad alcune argomentazioni contenute nel suo testo in quanto tra i “veri contenuti e potenzialità” di quest’interrogazione vi sono molti elementi che rendono difficile prendere seriamente in considerazione la proposta del gruppo 2003.

Risposta di Andrea Ichino, Università di Bologna

Caro direttore,
in un post del blog della Rete29Aprile del 26 maggio su ilfattoquotidiano.it, Francesca Coin descrive l’interrogazione parlamentare in tema di tasse universitarie e accesso all’educazione terziaria degli studenti meno abbienti, presentata il 18 maggio da un gruppo di senatori del Pd e di altre formazioni politiche come “… un tentativo nemmeno troppo pudico di pianificare l’indebitamento di massa di un’intera generazione in età pre-lavorativa al fine di esternalizzare su studenti e famiglie il finanziamento dell’università pubblica”.

Ovviamente Coin è liberissima di criticare la proposta, ma non di descriverla in modo gravemente fuorviante e incompleto ai suoi lettori. Poiché ho collaborato all’elaborazione della proposta, nell’ambito dell’Osservatorio sull’Università promosso dal Gruppo 2003, spero lei voglia consentirmi di illustrarne sinteticamente ai suoi lettori i veri contenuti e le potenzialità.

Innanzitutto, l’indebitamento oltre ogni limite ragionevole delle generazioni future è già una realtà nel nostro Paese proprio a causa di chi, come Francesca Coin, pensa che il denaro pubblico cresca sugli alberi. Purtroppo non è così. Lo Stato può stampare moneta, ma rischia di generare inflazione. Può aumentare le tasse, ma in Italia sono già altissime. Oppure l’unica altra soluzione è emettere debito. La proposta contro cui Francesca Coin si scaglia consiste in questo, ma non a spese di tutte le generazioni future. Solo a spese di chi può permetterselo e di chi avrà tratto beneficio dall’investimento in capitale umano che l’educazione universitaria consente. Ossia i ricchi di oggi, che, secondo la proposta, dovrebbero da subito pagare interamente i loro studi universitari, e i ricchi di domani che li pagheranno in forma differita.

Infatti, i proponenti chiedono innanzitutto di aumentare le tasse universitarie per gli studenti delle famiglie abbienti che attualmente pagano meno di quanto costi il loro addestramento. Può Francesca Coin indicare un solo motivo per il quale i figli della ricca borghesia italiana debbano poter studiare a spese della fiscalità generale e quindi soprattutto a spese dei poveri che pagano le tasse ma mandano con minor frequenza i figli all’università?
Per tutti gli altri studenti le cui famiglie non potrebbero permettersi di sostenere un aumento delle tasse universitarie che copra i costi, l’interrogazione parlamentare propone che lo Stato anticipi l’aumento, offrendo agli studenti stessi un prestito che dovrà essere ripagato solo se e quando lo studente, una volta laureato, raggiungerà un reddito sufficiente per ripagare il debito. Ripeto: solo se e quando!

In altre parole, gli studenti poveri il cui investimento in istruzione non avrà dato i frutti sperati, nulla dovranno rendere alla collettività. Ma per quale motivo gli studenti che invece raggiungeranno livelli di reddito elevati proprio grazie alla laurea conseguita con il prestito statale, non dovrebbero restituire alla collettività quanto ricevuto, seppur in quote diluite e con tassi di interesse di favore?

Se mai, il vero problema di questa proposta è che i mercati finanziari non credano alla bontà dell’investimento pubblico in capitale umano che essa consentirebbe. Proprio per questo la terza caratteristica rilevante è che una percentuale dei casi di default sul debito futuro sia coperta dalle università stesse con un sistema bonus-malus. Esse risulterebbero così responsabilizzate e avrebbero forti incentivi a migliorare la qualità degli insegnamenti impartiti. Dice Francesca Coin che “in questo modo gli studenti privi di mezzi, in quanto contraenti a rischio, dovranno essere selezionati con la massima cautela affinché il loro desiderio di formazione non vada a detrimento dello Stato.” Sarebbe forse bello poter mandare a Harvard tutti i poveri di mezzi, ma se Francesca Coin vuole farlo, deve dire dove concretamente trovare le risorse. In attesa fiduciosa che lei risolva il problema, preferisco evitare l’ipocrisia di dare a tutti un’università gratis ma di pessima qualità, perché questa è una truffa. Sono proprio gli studenti privi di mezzi quelli maggiormente interessati ad atenei ben finanziati, che funzionino meglio e possano offrire quell’ascensore sociale che manca nel nostro Paese. Forse Francesca Coin non sa che in Italia, nonostante istruirsi costi poco, la mobilità intergenerazionale è tra le più basse registrate nei paesi avanzati!
Andrea Ichino

Risposta di Alessandro Ferretti, Rete29Aprile

La prima risposta che viene in mente è sottolineare la palese falsità di quasi tutti i suoi presupposti, i suoi effetti devastanti sulle giovani generazioni, la logica perversa secondo cui per non pagare gli studi agli studenti ricchi bisogna smettere di pagarli anche agli studenti poveri, la stupefacente povertà di una concezione della conoscenza come mero strumento di arricchimento. Nulla di nuovo: le ricette che propone Ichino sono moneta corrente negli Stati Uniti e i loro nefasti effetti sui giovani laureati sono noti da tempo.

Ma, per gli amanti del genere, in questa proposta c’è una vera perla inedita: l’idea dell’Università bonus-malus, come fosse l’assicurazione di un’automobile. Ha tutte le caratteristiche di un autentico colpo di genio, e lo slogan ovviamente è già pronto: “soddisfatti o rimborsati”! Con questa formula si vendono perfino i coltelli dello chef Tony, come può fallire nel risollevare le asfittiche sorti degli Atenei? Risolviamo il problema della disoccupazione e per di più ci liberiamo dall’onere di finanziare gli atenei, risparmiando qualche miliardo di euro!

Passata l’euforia del momento affiorano però i primi dubbi. Anche qui la logica è un po’ perversa: per rimborsare le rette dei disoccupati le università userebbero i soldi provenienti dalle tasse studentesche, e così ci troveremmo nella curiosa situazione in cui gli studenti che trovano lavoro pagano gli studi a quelli che restano disoccupati. Non sembra un grande progresso, e neppure un buon incentivo per trovare lavoro.

Ma soprattutto: se l’idea è così buona, come mai a mia conoscenza nessuna nazione terrestre ci ha ancora pensato? Nessuno dubita della genialità del professor Ichino, che traspare evidente attraverso il pudico velo della sua arguta modestia. Eppure perché a Yale, a Oxford, neppure al MIT si è mai pensato di implementare questo basilare principio di tutela nei confronti degli studenti?

Allora mi sono posto una semplice domanda: cosa succederebbe agli atenei se per ogni laureato disoccupato ci rimettessero dei soldi?

Lasciamo subito da parte gli atenei del Sud e delle aree disagiate in genere: quelli purtroppo sono condannati al fallimento, a meno che il professor Ichino non ci dimostri che il problema della disoccupazione nel Meridione dipenda interamente dalle scarse qualità professionali dei suoi laureati.

Per gli atenei sopravvissuti, l’identikit dello studente ideale è facile da tracciare: in Italia il 44 per cento degli architetti è figlio di architetto, il 42 per cento di avvocati e notai è figlio di avvocati e notai, il 40 per cento dei farmacisti è figlio di farmacisti.

Quindi il primo passo è la selezione degli studenti, esattamente come le banche selezionano i richiedenti di un mutuo. Se sei “figlio di” sei un investimento sicuro, e magari le università ti fanno pure lo sconto: se non sei “figlio di” sei statisticamente a rischio, come un neopatentato per l’RC auto, e scatta la penalizzazione per tenerti lontano.

Ovviamente, meno studenti => meno soldi e la riduzione delle spese fisse non compensa i mancati introiti: quindi bisogna aumentare le rette ai rimanenti, il che fa diminuire ulteriormente il numero degli studenti, e così via.

Il gioco non va avanti all’infinito perché oltre ad una certa soglia (peraltro già pericolosamente vicina), le tasse sono così alte che l’investimento in formazione non vale la candela. A quel punto nessuno si iscrive più, e l’ateneo raggiunge l’unico stato stazionario possibile, quello della chiusura permanente.

Se poi in qualche modo gli atenei riuscissero a scampare a questo destino, la loro naturale evoluzione sarebbe quella di trasformare gli attuali corsi di studio in corsi di formazione professionali, convenzionati con i datori di lavoro del territorio che ne decidono obiettivi, programmi e modalità. Oltre alle drammatiche ricadute di questa operazione sul livello culturale dei cittadini, le imprese trasferiscono così tutti i costi di formazione professionale sulle spalle dei giovani. Probabilmente questo ricade nella logica della “responsabilizzazione” che evidentemente vale per tutti (tranne forse che per le imprese).

Pessimismo cosmico? Incapacità di afferrare la grandezza di un’idea rivoluzionaria? Forse sì. Bisogna però dire che i segnali che vengono dal mondo reale non sono incoraggianti: in Inghilterra, dove l’applicazione della riforma è appena iniziata, praticamente tutti gli atenei hanno fissato le tasse universitarie al massimo consentito di 9.000 sterline, smentendo clamorosamente le previsioni del governo di una concorrenza al ribasso. In questo clima, l’Oxford University ha votato con una maggioranza bulgara una mozione senza precedenti di sfiducia nei confronti del ministro dell’istruzione superiore. Dagli U.S.A. giunge invece la notizia di una studentessa che si è indebitata per 150.000 $ per laurearsi a pieni voti in legge: dopo tre anni è ancora disoccupata, e ha deciso di intentare una causa alla sua prestigiosa università con l’accusa averle fornito dati fuorvianti sulle possibilità di impiego post laurea.

Ma non è finita qui. Che fine farebbe la ricerca, in un contesto simile? Nella proposta non è neanche nominata: eppure, persino secondo la legge “Gelmini” l’università è “sede primaria di libera ricerca e di libera formazione e luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze”. Sembrerebbe che l’innovazione e la ricerca di base svolta attualmente negli atenei non rientri nei piani di Ichino, forse è convinto che a crescere sugli alberi siano i ricercatori.

E’ ovvio che nessuno mette in discussione la piena libertà di Andrea e Pietro Ichino di escogitare e proporre qualsivoglia trovata, ma il fatto che quest’ultimo sia senatore della Repubblica e membro della direzione nazionale del PD pone un interrogativo serio: è questa la politica che il PD intende intraprendere nel caso di vittoria nelle urne?

E se non lo è, non sarebbe il caso che il suo segretario Bersani smettesse per un attimo di smacchiare giaguari e prendesse una posizione autorevole e netta al riguardo, magari prima di perdere i voti di decine di migliaia di universitari e di milioni di studenti?

di Alessandro Ferretti