Non c’è bisogno di essere “patriottici” per sentire mancanza del proprio Paese? Innanzitutto, chi ci dice cosa dev’essere “patria”? Per quanto mi riguarda, patria potrebbe essere benissimo un pantheon immaginario, fatto con i volti di tutti i maestri che più mi hanno influenzato: da Montanelli a Pasolini, da Bene a Pazienza, etc. Potrebbe essere patria, ancora, la galassia di amici inquieti che in Italia ancora si pongono domande. Oppure, le tante “aree liberate” sparse qui e là, di gente “persuasa” che sperimenta forme nuove di consumo, di ricerca, di “stare insieme”. Queste sono le “patrie” che qui anche qui Londra ho inseguito e, laddove possibile, ricreato.

Quello che mi faceva più tristezza di Napoli e Milano erano i ragazzi della mia età: abulici, arroganti, presuntuosi. Mediamente ignoranti e concentrati su tutta una serie di “piccole patrie” – la fidanzatina, il viaggetto, la macchinina, l’appartamentino – del tutto rispettabili per carità, ma che a mio avviso dovevano venir dopo il bisogno di rivoltarsi, fosse pure emigrando altrove. Vedendo loro sembrava che tutto fosse perpetuamente calmo, immutabile, serenamente depresso. Per fortuna, ci sono anche i pochi, le minoranze di “persuasi”, che ancora mi fanno leggere i giornali, nel miraggio di trovarvi qualche scintilla di ribellione.

Mai vorrei appartenere alla categoria dei cervelli in fuga, che non sanno far altro che lamentarsi che in madrepatria non si rispetta la fila, non si fa carriera, e gli artisti vengono definiti (più o meno tacitamente) falliti o freak: un po’ di cinismo italiota non farebbe male. Se non spingesse quasi sempre, però, i “persuasi” a lasciar perdere, e a rientrare così nei ranghi della mediocrità.

Questa Londra è una brutta bestia sporca, a volte cattiva, impietosa. I ragazzi di questo “zoo” in cui vivo spesso vengono da storie difficili: lavorano da quando hanno diciotto anni, alcuni vivono in autentiche topaie. Non sono mai stati in vacanza in Toscana. Eppure non si sentono dei falliti, o dei freak. Organizzano, leggono, studiano, lavorano con concentrazione e coraggio. Non sono geniali né particolarmente temerari, ma chissà come mai riescono a credere in quello che fanno e dunque riescono a farlo. Non sempre gli va bene. Ma mi sto accorgendo che qui, tra il lungo inverno, il cattivo cibo – non sempre – e la pioggia, si respirano ancora tensioni sociali ed etniche, si sperimenta, c’è voglia di rischiare, e un Sistema da affrontare. C’è da lottare, insomma.

Ricordo che ad un certo punto, in Italia, le spinte propulsive s’erano come esaurite, e avevo avvertito il rischio di ritirarmi anch’io nelle piccole “patrie” borghesi. Come i miei nonni e bisnonni prima di me, ho avuto l’occasione di emigrare: sfido i cinici a dire che questa è la soluzione più facile. Ma a vent’anni, più che trovare la mia dignità di italiano, m’interessava ritrovare la mia dignità di cittadino. È passato un anno da allora. Non vi nego che, in certi momenti, la distanza mi fa sentire ancora più impotente nei confronti di ciò che ho lasciato. Mi chiedo, in quei momenti, cosa si possa fare.

Non credete che non l’abbia sognato, di rivedere questa generazione di nomadi tornare indietro. Riprendere in mano la situazione. Come dei nuovi Mille. Con l’esperienza, fondamentale, di due mondi vissuti sulla propria pelle. Sarebbe molto bello. Ma è altamente improbabile perché, nonostante la nostalgia che anch’io provo, se non si torna tutti insieme, senza uno sforzo congiunto, i pochi rompiscatole, quei pochi Mille, si troverebbero completamente invischiati in un ambiente impossibile. Ancora più ostile. E a quel punto finirebbero per odiare anche le “patrie” che non meritano d’essere odiate.

di Paolo Mossetti, scrittore, nato a Napoli nel 1983, tra i fondatori dei gruppi attivisti
Il Richiamo e Through Europe. Collabora con Lo Straniero, Nazione Indiana, Alfabeta2. Vive a Londra.