Ieri Barack Obama ha reso omaggio alle vittime dell’11 settembre in silenzio. Un silenzio importante e pieno di significato in giorni di polemiche, accuse e spiegazioni necessarie. Sotto il “survivor tree”, l’albero sopravvissuto al crollo delle Torri, ora c’è una corona di fiori che presto seccherà e, dopo di  allora, davvero Ground Zero potrà tornare ad essere il World Trade Center e New York una città ferita ma non domata.

Molti parenti delle vittime non hanno festeggiato la morte di Osama bin Laden. Pochi newyorchesi lo hanno fatto. Pochi americani lo hanno fatto. E chi lo ha fatto è stato mosso da una reazione istintiva, da una sorta di sentimento liberatorio. Che, ovviamente, tutti sanno non essere definitivo. Perché il terrorismo non è finito e gli Stati Uniti non smettono di essere un obiettivo.

Mohammed, un tassista pakistano mi ha detto di essere soddisfatto per l’azione che ha portato all’uccisione di Bin Laden. “Lui portava disonore al mio Paese. Gli Stati Uniti hanno molte responsabilità ma noi siamo arabi e non mettiamo bombe nelle metropolitane o lanciamo aerei nelle Torri. Noi parliamo”.

Chi muore in un attentato è innocente. In qualsiasi parte del mondo. Qualsiasi sia la mano che lancia la bomba od organizza un piano. Nelle Torri Gemelle c’erano degli innocenti. Perché essere americani non è una colpa. Nel bus di Londra c’erano degli innocenti. In Afghanistan, Iran, Iraq, in Africa a morire spesso sono solo gli innocenti. In virtù di quella follia umana che si chiama guerra. In virtù di quella pazzia criminale che si chiama terrorismo.

Da domenica scorsa, ogni volta che prendo la metropolitana sento ripetere lo stesso annuncio di dieci anni fa “Se vedi qualcosa, dì qualcosa”. Ultimamente lo si sentiva meno. Adesso è sempre. E si rivedono poliziotti che controllano zaini e borse. Mia madre mi ha detto “Stai attenta” e ho sorriso. Mi sono anche chiesta, però, se chi ce l’ha tanto con gli americani, o con gli arabi, o con i musulmani, o con gli afghani si rende davvero conto, fino in fondo, che in un’esplosione, in una metropolitana cittadina, nell’ora di punta, morirebbe un’Angela Vitaliano qualsiasi, la cui vita (o la cui morte) non sarebbe una punizione per l’America ma solo un dolore per la mia famiglia e i miei amici.

Per questo condivido la decisione del presidente Obama a non rilasciare quelle foto. E la decisione di essere silente. Perché gli innocenti hanno bisogno almeno di silenzio.