Tokyo. Trentanovesimo piano dell’Akasaka Hotel, le due di notte. E se vi chiedete perché ero sveglio a quell’ora non posso non ricordarmi tutto quello che avevo mangiato quella sera, portato nottetempo a far visita a quei baracchini nei dintorni del porto dove anziani cuochi mi hanno fatto mangiare uno dei risi migliori della mia vita, risaltato dopo essere stato stufato con delle cipolle. E a seguire, pesci fritti esaltanti.

Tokyo con il suo venerdì sera stracolmo di persone brindanti una volta fuori dai loro uffici, nei primi passi inesperti di un’antica giovane nazione perennemente in bilico fra il medioevo e un neo-capitalismo che ha saltato sia la rivoluzione borghese che la rivoluzione industriale e tutte le nostre occidentali conseguenze.

Tokyo dove i veri ricchi sono i contadini proprietari della terra che vale in quella nazione più dell’oro e del petrolio. Dove i militari, dopo l’ultimo conflitto mondiale, contano poco e nulla. Dove nobili e mercanti vengono per secondi e terzi nella scala sociale, scala sociale proibita per legge ma ancora molto praticata in quel continuo scambiarsi biglietti da visita, dove nel leggere le desinenze finali dei loro cognomi capiscono la classe di provenienza e dichiarano la propria.

Tokyo con la sua mafia che si manifesta fino al punto di pubblicizzare le proprie sedi gestendo interi quartieri, girando fra la gente con volgare spocchia, mettendo in mostra i simboli del momento. In quei giorni della mia permanenza erano Rolex e Mercedes nere.

Tokyo con i suoi mendicanti di cui non potrete chiedere notizia a nessuno perché tutti vi negheranno la loro esistenza, ma di cui io percepii il brulicare in un’altra tarda notte camminando per Ginza, quando tutte le attività si erano ormai fermate. Mendicanti puliti e ordinati nelle loro baracche disegnate e pronte per un manga che non ho mai né incontrato né letto. Mendicanti con occhi antichi che chiedono nel rispetto pietà per colpe non commesse. Mendicanti a cui puoi offrire del cibo, una sigaretta, un gesto, ma non le tue parole. Ti darebbero, nel girarsi, le spalle per paura di offenderti nel doverti rispondere. Mendicanti considerati dei mezzi-uomini senza classe. Come quel macellaio con cui tentai di comunicare al mercato, invano, non potendomi anche lui dare risposta perché, anche lui senza classe, si vide costretto a darmi le spalle, lasciandomi nell’imbarazzo più totale, con l’interprete che si arrabattava per spiegarmi l’accaduto.

Tokyo, con le sue donne che si fingono uomini, per poter esercitare le loro professionalità.

Tokyo con quell’albergo oscillante, per quello snodo antisismico al ventesimo piano. E io lì, al trentanovesimo, a guardare una partita di calcio, Italia contro qualcosa alle due di notte, e la testa che finì fra le mie gambe, con il letto piegato in due da quella frustata oscillante del colmo del grattacielo che si mosse 8 metri da una parte e 8 metri dall’altra. La mia paura immediatamente placata dalla gentilezza di quel popolo, dal bisogno di quel popolo di ridere, di sentirsi insieme, di cercare una strada smarrita tanti anni fa e ancora non rintracciata per un progresso sostenibile, prima di tutto dalla loro stessa gentile e grandissima anima.

Tokyo in cui tornerò e ritornerò per tutta la vita, per capirne la storia e vederne il certo futuro.