Mentre in Italia si discute di come rendere inoffensivi i magistrati, soprattutto quando indagano su chi per diritto divino non dovrebbe essere indagato, in una parte del Paese, segnatamente nella “felicissima” isola di Sicilia, altri preferiscono andare per le spicce. Accade così che nel ben mezzo di un convegno sulla legalità, venga recapitato ad un magistrato di prima linea nella lotta alla mafia, un pizzino che gli comunica la presenza di una bomba sulla sua blindata parcheggiata fuori dalla sala.

E’ accaduto a Bivona, in provincia di Agrigento, al sostituto procuratore Salvatore Vella, che tra l’altro ha seguito come pubblica accusa proprio il processo ai mafiosi del paese nato dalle denunce dell’imprenditore Ignazio Cutrò. Qualcuno durante il convegno, approfittando del fatto che il magistrato si era alzato per andare a telefonare, si è avvicinato al tavolo dei relatori è ha fatto scivolare il pizzino con le minacce dentro l’agenda di Vella che era rimasta sul tavolo. Inutile dire che l’azione è avvenuta sotto gli occhi di tutti. Nessuno ad oggi ha saputo indicare però i responsabili di questa azione.

Inutile dire che si tratta di un episodio inquietante per l’assoluta sfrontatezza della minaccia e per l’assoluta inefficienza della tutela garantita al magistrato. Una tutela che evidentemente non è sufficiente. E’ stata anche la considerazione dell’europarlamentare Sonia Alfano, che ha chiesto l’immediato rafforzamento della scorta del magistrato.

Insomma, mentre a Roma si lavora di carta bollata, a Bivona si lavora di pizzini profumati al tritolo. Al centro ci sta sempre la magistratura colpevole di fare il proprio mestiere e le armi sono sempre le solite: leggi speciali travestite da riforme epocali, minacce, fango e mascariamenti e, quando neppure questo basta, si passa alle vie di fatto.