Centinaia di migliaia di persone festeggiano a piazza Tahrir, al Cairo, dopo l’annuncio delle dimissioni di Hosni Mubarak. Se ieri sera il raìs aveva cercato di strappare un altro lembo di potere, la rivolta spontanea e determinata, lucida e sostanzialmente pacifica di milioni di persone lo ha costretto alla resa, a fuggire via, a gettare la spugna.

Non sappiamo cosa succederà ora in Egitto, quanto le forze del vecchio regime riusciranno a resistere e a restaurare il proprio potere, magari con cambiamenti di facciata. Ma, al di là degli esiti, la sollevazione popolare ha riproposto all’attenzione del mondo intero il tema del cambiamento come espressione di un’iniziativa di massa. Gli egiziani ci dicono che la rivoluzione è possibile.

Il cambiamento non è frutto di giochi di palazzo, di complicati origami politici, di mosse e contromosse, schemi geometrici ma cammina sulle gambe popolari, sulla mobilitazione di massa. Le “masse” tornano in campo e prendono parola, nel modo più semplice e diretto, riproducendo, probabilmente, antichi errori e dovendo subire altrettante delusioni. Ma la strada è tracciata e questa notizia costituisce una boccata d’ossigeno anche per noi che assistiamo a piccoli fenomeni di “risveglio sociale” pur se informi e poco incisivi.

Certo, l’Italia non è l’Egitto e, nonostante la ridicola macchietta sulla presunta nipote, neanche Berlusconi è Mubarak. Non c’è l’esercito a puntellare il “regime” italiano ma le televisioni e la corte di palazzo. Eppure, la strada indicata dalla sponda sud del Mediterraneo ha una valenza generale, indica una modalità. E ci dice che, davvero, se non ci riprendiamo il nostro protagonismo, la nostra volontà di cambiamento non andremo da nessuna parte.

Assistiamo a una verticale “decadenza” delle classi dirigenti di questo paese, incapaci di trovare il bandolo della matassa e della governabilità. Il governo Berlusconi è in evidente crisi di consenso e legittimità ma non sgombra il campo e si fa forte della maggioranza parlamentare – peraltro acquistata in contanti – di uno zoccolo d’uro di elettorato che resiste, di un ruolo padronale del proprio leader che nessuno osa mettere in discussione. Il centrosinistra, le opposizioni, offrono uno spettacolo pietoso fatto di formule algebriche e di schemi tattici privi di contenuti, di idee, di proposte, quali che siano. La “borghesia” italiana balbetta e si contorce in uno scontro interno per la  sopravvivenza sul mercato globale – cos’è se non questa la strategia di Marchionne e il suo scontro con la traballante Marcegaglia? – la Chiesa offre, ancora una volta, la prova della sua connaturata ipocrisia, e la sinistra si divide tra essere “ancella del Pd” o ruota di scorta non necessaria. Resta in campo l’esempio offerto dalla Fiom e dagli studenti che riecheggia quello che proviene dall’altra sponda del Mediterraneo: il protagonismo diretto, la democrazia di base, la sollevazione popolare come mezzo, e anche come contenuto, di una trasformazione sociale reale e durevole.

Perché, anche se appare una prospettiva lontana e irrealizzabile, è questa la soluzione di cui abbiamo bisogno. La destrutturazione dell’agenda politica imposta da venti anni di berlusconismo e antiberlusconismo, narrazioni contrapposte di un’unica visione economica e sociale; il rimaneggiamento dell’ordine del discorso costituito, il ripristino di bisogni inespressi e demonizzati: il lavoro, il reddito, la casa, un ambiente sano, una vita degna di essere vissuta. Tutto questo non ha futuro nel quadro politico esistente, con le caste e le cricche che si spartiscono il potere; nemmeno l’auspicabile uscita di scena di Berlusconi è sufficiented, di per sé, a aprire un orizzonte nuovo. Solo un rivolgimento profondo potrebbe ridare fiato a un discorso sul futuro. Come disse in una celebre serata televisiva il compianto Mario Monicelli, in Italia per cambiare davvero, “ci vorrebbe una rivoluzione”. Come in Egitto.