Una guida su Milano? Non proprio, anche perché di libri che incensano le virtù della città (in onore del motto Milan l’è un gran Milan) o di quelli che ne denunciano il “crollo delle aspettative” sono pieni gli scaffali delle librerie. Allora un almanacco? Un almanacco, sì, ma anche molto altro. Quelli che Milano, storie, leggende, misteri e varietà, (Rizzoli, pagg. 306, euro 21,50), di Giancarlo Ascari e Matteo Guarnaccia, è un “un viaggio ironico e curioso nello spazio e nel tempo”, come recita la bellissima copertina, ma anche piccolo e armonico compendio di quello che la città è stata e probabilmente sarà.

Un dizionario con 200 voci e 150 disegni che, recuperando la “fantasia al potere” dei tempi che furono (quelli dei beat, dei neodadaisti, del progressive, dei situazionisti, dei punk e delle riviste underground), racconta la storia della città attraverso una serie di fumetti, di cartine e di tante piccole storie. E lo fa in maniera anarchica, ossia mischiando i “passati” e le chiavi di lettura. Modernità e radici, insomma, gli uomini, i luoghi e i fenomeni di una città sempre trasversale e operosa, ma anche frettolosa e poco incline all’autoriflessione.

C’è politica, musica, architettura, arte, poesia, letteratura e film; ci sono riviste, giornali, romanzi gialli e cronaca noir; ci sono centri sociali, alberghi popolari, case occupate, quartieri e piani regolatori; ci sono le droghe, i ligera, i gangster, le mafie, i clochard, gli animali, l’erotismo, gli odori, i locali, i vestiti, il design… Parecchio, ma ovviamente non tutto. Tanto che quando si è finito verrebbe voglia di ricominciare daccapo, perché Milano è un insieme di storie talmente differenti e lontane che solo riunendole tutte dentro un grande puzzle si può capirle nella loro grandezza. Leggere il passato per capire il presente. E paura di essersi persi qualcosa. Milano è un crocevia della storia dove tutto nasce e viene esportato, nel bene e nel male: il fascismo, il neofascismo, il clerico-fascismo, la strategia della tensione, le BR, la videocrazia, il becero-razzismo, la tolleranza dell’Editto di Costantino e l’intolleranza dei burocrati timorati di tutto. Nonché le loro emergenze da superare sempre contro qualcuno (untori, Teddy boys, anarchici, capelloni, Rom, cinesi e immigrati). Una città dialettica, se si vuole; con l’assenzio per i bohemien e l’eroina per i reietti; con il barbera e lo champagne, come cantava Gaber.

Ne risulta un campionario di profili distanti, ma tutti accomunati da un solo destino di milanesità. Personaggi che hanno fatto la storia (da Leonardo a Topo Gigio) e personaggi che di storie ne avevano da raccontare; come il C.T., al secolo Carlo Torrighelli, il quale se ne andava per il parco Sempione scrivendo sull’asfalto “Popolo bue, ti uccide con l’onda”. Bruno Brancher, rapinatore balbuziente che non riusciva a finire la frase “Mani in alto, questa è una rapina” e poi ebbe successo come scrittore; Ho Chi Min, sguattero all’Osteria della Pesa e poi poeta e rivoluzionario; Ettore Gagliano, che schiaffeggiava i preti davanti all’Arcivescovado per una eredità scippata; prete Liprando, il cui giudizio di Dio, cantato da Fo e Jannacci, era atteso più di un derby; Carlo Erba, nomen omen, che per primo confeziona compresse di hascisc; e addirittura i pirati (sapete che dalla metà del Cinquecento alla fine del Seicento il Naviglio della Martesana era infestato da pirati che saccheggiavano i barconi e gli approdi?)

Ci sono le cartine: quella con i luoghi della Milano beat e alternativa (che nasce sulle panchine di piazzale Brescia); quella dei banditi e delle grandi rapine (via Osoppo, semper lì, e poi Montenapoleone, Imbonati, ecc.); quella dei luoghi della musica, delle emittenti libere e dei concerti passati alla leggenda; quella delle occupazioni e delle vie che hanno cambiato nome a seconda dei regimi. E infine c’è un profilo, quello di Alberto Savinio (scrittore e fratello di Giorgio De Chirico), che suona un po’ come l’epitaffio del milanese perfetto: “Cosmopolita, non nativo del luogo e innamorato della città. Un uomo in grado di vedere il volto dell’amata oltre l’apparenza, la durezza, la nebbia, la frenesia. Uno Stendhal in stato di meditazione che utilizza Milano come un mandala: intrecciando metafore, digressioni, epifanie, collegamenti, conversazioni con fantasmi e sguardi amorosi”. Insomma, una città, un almanacco.

di Matteo Lunardini