Una veduta di NapoliIl mio amico Gianluca Cecere, eccellente fotografo, mi ha regalato una fotografia di Napoli di una tale bellezza che a vederla mi sono commossa. In uno scatto, che immobilizza un istante, dietro il quale, tuttavia, ci sono le attese di una vita spesa a guardare e attendere la luce giusta, Gianluca ha saputo, conoscendomi bene, ritrarre la citta’ che mi ha cresciuta, la mia casa e il mio rifugio del cuore. Nella foto, di luci e ombre e voli di uccelli che potrebbero sfuggire all’occhio distratto, ho ritrovato intatta la certezza che, quando sono arrivata a New York, sono arrivata partendo dalla bellezza. Una bellezza “segreta”, però, spesso difficile da vedere dietro i cumuli di spazzatura o le tristezze dolenti di vicoli che sembrano, incuranti del tempo, restare uguali nella loro sfinente immutabilità.

Spesso, mi si “rimprovera” nei commenti (che sono sempre i benvenuti), di parlare sempre bene di New York e dell’America e male del mio Paese. E capisco che, evidentemente, in quei momenti fallisco nel tentativo di trasmettere, invece, il senso profondo del mio amore per quella città che più che la mia casa è stata la mia anima, il luogo perfetto dove ho costruito il mio sguardo sul mondo, partendo, come dicevo, dalla bellezza.

Quando, però, quella bellezza la vedi tradita e umiliata ogni giorno e, dentro, muore la speranza che qualcosa possa cambiare e che la luce possa, almeno parzialmente, coprire l’inquietudine dell’ombra, senti la voglia di urlare e di arrabbiarti. Quella è la mia città e non tollero di vederla così ridotta. Così come il mio paese. E il mio è un urlo, non una critica fine a se stessa, una chiamata alle armi, spesso inutile, per dire che si può, accidenti se si può cambiare. Con il fare. Con la speranza e l’azione. Con la rabbia e l’audacia.

Comprendo, però, che sia difficile “credere”. E’ il classico cane che si morde la coda, lo schifo intorno crea il senso di prostrazione e la prostrazione contribuisce allo schifo interno. Se a ciò aggiungiamo, va detto, quella parte di “popolo” che non è mai stato popolo e che vive all’ombra dei vicoli, scambiando la vita per un espediente per farla franca, allora il quadro è comprensibile. E sia chiaro, è Napoli, ma è l’Italia. Il luogo perfetto dove poteva essere generato e sopravvivere il berlusconismo.

A New York nevica. La città è pronta. L’ultima volta non lo è stata. Non essere pronti a New York significa che se ti arriva una tempesta di neve come non accadeva da decenni e passano più di 24 ore per tornare alla normalità, hai fallito. Se poi aggiungi che dopo la neve, la città è stata invasa dalla spazzatura, allora hai il quadro di qualcosa che è andato stortissimo. Ovviamente, la città non era impreparata. Ovviamente, sotto, c’è il braccio di ferro, poco pubblico, fra il sindaco e i vertici del servizio della raccolta rifiuti (che si occupa anche della pulitura delle strade innevate), sul piede di guerra per i tagli previsti dal bilancio. Ovviamente, le teste sono già cadute, le responsabilità prese e la città è nuovamente pulita e pronta. Nella rabbia dei cittadini dei giorni scorsi, furiosi per quelle file di sacchetti, ho sentito l’indignazione e la richiesta “senza se e senza ma” di vedere i loro diritti di cittadini rispettati. E ho “sentito” che dietro ogni parola c’era l’audacia della speranza che tutto ciò che chiedevano sarebbe accaduto. Ed è accaduto. Ed oggi la città è pronta. Come sempre. Almeno a dare risposte e ad ascoltare.

A New York fotografiamo grattacieli che ci appaiono belli. Anche a me. Ma solo perché vengo dalla bellezza di Napoli. E quella bellezza mi è rimasta negli occhi.
Foto di Gianluca Cecere