Mercoledì 24 novembre gli studenti in lotta contro la riforma dell’Università hanno assaltato la sede del Senato. Mentre in tutta Italia i ricercatori salivano sui tetti, gli universitari preparavano l’occupazione dei monumenti italiani, negli atenei dilagava la protesta; a Roma, contro i portoni del Senato, gli studenti spingevano scudi di polistirolo con sopra i titoli e gli autori di alcuni grandi classici della letteratura: Elsa Morante, Petronio, Henry Miller, Cervantes, Platone, Luther Blisset. Di tutti questi blasonati maestri del pensiero, gli unici ancora viventi (e soprattutto ancora molto vitali) sono il collettivo Wu Ming (che in cinese mandarino significa senza nome) che nel 1999, con il vecchio pseudonimo collettivo Luther Blisset, aveva scritto il romanzo storico “Q” (pubblicato da Einaudi e tradotto in ben 14 lingue).

“Our novel Q clashes with the Italian pollice”, “il nostro libro Q si è scontrato con la polizia italiana”: questo il messaggio lanciato in quelle ore su Twitter dagli autori.

I Wu Ming sono un gruppo di scrittori da sempre attenti ai movimenti sociali e alla politica “dal basso”. A partire dalle proteste contro la globalizzazione che ebbero il loro battesimo mondiale a Seattle nel 1999 e il loro parziale epilogo nei drammatici giorni del G 8 di Genova nel 2001.

In questo colloquio i Wu Ming riflettono sulle le lotte che si sono intensificate negli ultimi giorni, e dicono: “serve un nuovo racconto. Senza le narrazioni da scambiarsi di sera intorno al fuoco, ogni guerriglia nel deserto è destinata alla sconfitta”.

Gli studenti davanti al Senato si sono fatti fisicamente scudo con alcuni mostri sacri della letteratura e con la Costituzione. I libri contro i portoni delle istituzioni. Wu Ming come interpreta questi simboli contrapposti?

E’ interessante vedere quali classici gli studenti abbiano scelto di portare sugli scudi. Diamo un’occhiata alla testa del corteo. 
Il Decameron di Boccaccio, cioè: storie da raccontare in attesa che termini la pestilenza. 
Il sole nudo di Asimov, cioè la descrizione di un mondo in cui non esiste più contatto umano. 
Moby Dick di Melville, cioè il racconto epico di un’ossessione. 
Don Chisciotte di Cervantes, la storia di un uomo dall’animo nobile e fiero, che però è condizionato da un’ideologia ormai fuori corso, quella cavalleresca. 
Il Satyricon di Petronio, cioè la sapida descrizione del potere crapulone e decadente. 
Tropico del cancro di Miller, cioè l’autofiction, la scandalosa commistione di invenzione e dato biografico. 
Il Che fare? di Lenin, cioè il problema dell’organizzazione. 
Mille piani di Deleuze e Guattari, cioè il tema del nomadismo, della macchina da guerra nomade. Proviamo a riassumere?

Proviamoci.

Nel mondo c’è la peste (Decameron). La peste è l’atomizzazione del legame sociale (Il sole nudo). Chi rifiuta questo stato di cose è spesso preda di un’ossessione che azzoppa l’azione (Moby Dick), cioè l’ossessione per «Lui», Silvio il cetaceo maligno, il berluscocentrismo che condiziona il discorso pubblico. Quest’ossessione diventa un ostacolo ideologico e porta a scagliarsi contro mulini a vento messi lì a bella posta (Don Chisciotte). Il rischio è quello di rimanere ipnotizzati dal racconto indignato di un potere sessuomane e gozzovigliante (Satyricon). Ne usciremo solo se troveremo un nuovo racconto, una nuova auto-narrazione che rompa le consuetudini e in questo mondo appaia come un vero scandalo (oportet ut scandala eveniant, dice la massima latina), contrapposto agli pseudo-scandali del potere mediatico (Tropico del cancro). L’irrompere di un soggetto conflittuale nuovamente unificato sarebbe l’unico, vero, intollerabile scandalo. Da qui il problema dell’organizzazione (Che fare?) e, forse, la necessità di rileggersi Lenin, rigettando quel che c’è da rigettare, ritematizzando quel che si può ritematizzare. Certo, oggi l’organizzazione non può più essere il partito operaio novecentesco, deve tener conto della maggiore mobilità dell’avversario, deve attrezzarsi a combattere in una situazione mutevole, di continua deterritorializzazione (Mille piani). Ma senza le storie, senza le narrazioni da scambiarsi di sera intorno al fuoco, ogni guerriglia nel deserto è destinata alla sconfitta. E così torniamo al primo libro, al Decameron: è grazie alle storie che ci raccontiamo che si evita il contagio della peste.

E la vostra prima opera, che risale ancora a quando vi chiamavate Luther Blisset, cosa ci sta a fare in mezzo a quei classici?

Beh, Q è l’unico libro del «Book Bloc» i cui autori sono ancora viventi. Mica potevano prendere solo dei morti! Diciamo che Q rappresenta il «qui e ora», la necessità di muoversi adesso.

Storicamente siete stati sempre vicini ai movimenti nati in questi ultimi vent’anni. E per molti, Q è il manifesto intellettuale delle battaglie contro la globalizzazione neoliberista sfociate nelle giornate del luglio 2001 a Genova. Le proteste di oggi sono le “solite manifestazioni” di studenti o sono l’espressione di una storia più profonda?

No, non c’è nulla di «solito», la situazione è inusuale, come fu inusuale la fase del 1992-93. Abbiamo la forte impressione che stiano venendo al pettine i nodi di allora. Questo periodo richiama quello, c’è un arco di energia a collegare le due temperie. Ci sono anche personaggi che fanno da ponte, come Massimo Ciancimino, testimone oggi degli inconfessabili accordi di ieri. Siamo in una di quelle situazioni in cui può avvenire l’inimmaginabile. E’ stata soprattutto la crisi a far abbassare la marea di Valium e a scoprire un po’ di relitti mentre sempre più gente si svegliava dalla narcosi. Questi conflitti che attraversano il Paese, queste lotte che scoppiano dappertutto, si svolgono in un contesto peculiare, sono reagenti versati in un paiolo di teste di pipistrello, occhi di rospo e radici di mandragola. Quel paiolo potrebbe scoppiare, o quantomeno creparsi.

Sono ancora le Università e gli studenti soggetti attivi di pensiero critico e di sfida su un piano politico? La cultura, ora più che mai, è rivoluzionaria?

Di certo non è rivoluzionaria l’ignoranza. Uno che andrebbe riletto oggi è don Lorenzo Milani. Ma riletto davvero, e rimesso in gioco, come ha fatto Girolamo De Michele nel suo libro La scuola è di tutti. Sì, la cultura è rivoluzionaria. Ma «cultura» non vuol dire erudizione o nozionismo. «Cultura», sempre per citare don Milani, è saper leggere il contratto dei metalmeccanici.

Q uscì nel 1999. Allora Berlusconi era all’opposizione e aveva governato appena un anno. Adesso secondo molti l’Italia è completamente “berlusconizzata”: l’immagine ha prevalso sulla sostanza, la propaganda sulle idee. E’ davvero così?

Finché non ci si metterà in testa che Berlusconi ha spadroneggiato non per meriti suoi ma per demeriti altrui, non si capirà cos’è successo in questo paese. L’onnipotentizzazione di Berlusconi, la narrazione sconfittista che ha dominato a sinistra, era l’altra faccia della contemplazione ammirata. Era un paradossale «Meno male che Silvio c’è». Sì, meno male che Silvio c’è, così possiamo dare a lui tutta la colpa della nostra incapacità, della nostra insipienza!

Insomma, se B. governa è colpa di questa sinistra che lo ha lasciato fare.

E’ stata la sinistra istituzionale di questo paese, tutta la sinistra istituzionale ai suoi vertici, a tenere Berlusconi dov’è. E anche chi fingeva di opporglisi con un po’ più vigore, in realtà introiettava modelli berlusconiani e li riproponeva in salsa post-modern/radical-kitsch a cazzo di cane. Grida ancora vendetta la campagna di Sansonetti (allora direttore di Liberazione) per la vittoria di Luxuria in un reality merdoso e neo-colonialista. Grida ancora vendetta l’aver chiamato Leo Gullotta, esponente del Bagaglino, a leggere lettere di partigiani al congresso di Rifondazione comunista, pochi giorni dopo la messa in onda di una fiction fascistoide sulle foibe di cui «la signora Leonida» era protagonista.

Nel 2001, “Un altro mondo è possibile” era lo slogan delle mobilitazioni contro il G 8 di Genova. Alla luce di quanto è successo, un “altro mondo” è ancora possibile?

Era più bello l’altro slogan, quello più specifico e contingente: «Voi G8, noi 6 miliardi». Oggi c’è il G20, ma il discorso non cambia. L’altro mondo c’è già, perché c’è un solo mondo, siamo tutti un mondo, e in quel mondo «noi» siamo maggioranza. Dobbiamo solo rendercene conto.