Proviamo a sintetizzare. Un premier riceve nelle sue residenze private una variegata umanità femminile, composta anche da donne che non disdegnano la pratica della prostituzione (come ammesso direttamente da loro). Il cellulare del capo-scorta di questo stesso premier compare nelle rubriche telefoniche di queste stesse donne, che sono autorizzate a disporne in base al bisogno del caso (chiamano, chiedono del capo, il capo-scorta fa da filtro e si occupa di loro). Un giorno di fine maggio, il premier alza il telefono e chiama la Questura di Milano, interessandosi al destino di una minorenne fermata dalla polizia per furto, una minorenne che in passato è stata sua ospite in uno dei tanti party organizzati per distrarsi e che viene spacciata, nel filo diretto con la Questura, come parente di un capo di Stato straniero affinchè non finisca in una comunità (come richiesto dal pm minorile), ma sia consegnata in affido ad un consigliere regionale del partito di riferimento del premier.

Ecco se accade tutto questo, è legittimo chiedersi se proprio tutto questo sia o meno materia di interesse pubblico. E la risposta è certamente sì. Il premier in questione è infatti potenzialmente ricattabile, ponendo così il tema della sicurezza del Paese, oltre a determinare un danno per la credibilità estera del medesimo Paese, inaccettabile soprattutto in passaggi economici di crisi, quando la speculazione finanziaria esterna è una minaccia concreta. Non solo. I fatti sintetizzati testimoniano l’esistenza di un cortocircuito democratico importante, quello fra due poteri dello Stato: il potere giudiziario e il potere esecutivo. Cortocircuito  che dovrebbe far sobbalzare sulla sedia tanto il ministro della Giustizia (che purtroppo è l’avvocato in parlamento del premier quindi, ovviamente, privo di tale sensibilità in materia) quanto il ministro degli Interni, dal quale ci si aspetterebbe la protezione massima verso l’operato autonomo della magistratura rispetto al potere, non certo la difesa d’ufficio del premier escortiere e dal telefono spregiudicato.

Se poi, a condire tale quadro, si aggiunge l’elemento che la sicurezza del presidente del Consiglio è gestita dai servizi segreti (anche per quello che concerne le sue abitazioni), allora si comprende perché l’allarme sicurezza appare ancora più inquietante e deve essere oggetto dell’attenzione del Copasir (davanti al quale il medesimo capo del governo non si è mai presentato, contravvenendo ad una prassi consolidata dai predecessori). Del resto in passato presenze alquanto ‘scomode’ non sono mancate nelle dimore presidenziali, come hanno dimostrato le protagoniste interessate filmando le regie abitazioni oppure raccontando le notti trascorse in esse. Insomma, che la casa del presidente del Consiglio sia accessibile a chiunque per qualunque attività rappresenta un motivo di preoccupazione per la sicurezza nazionale, così come la sua ricattabilità è fonte di ansia sociale.

Un uomo pubblico, un uomo di Stato non può essere considerato un normale cittadino, se non di fronte alla legge. Perché è tenuto a rivestire in modo degno e decoroso la sua carica per mezzo della quale rappresenta il Paese intero, senza esporlo al ludibrio internazionale che ha ripercussioni diplomatiche ed economiche negative che pesano sulle spalle di tutti noi. Perché dal suo comportamento privato dipende la sicurezza della nazione.

Veniamo ai nomi dunque. Berlusconi non può più governare per il braccio di ferro con Fini, ma anche perché la sua condotta personale, come detto, espone al pericolo e la ridicolo l’Italia. Maroni deve rendere conto della telefonata alla Questura di Milano fatta da Berlusconi. Frattini, ministro degli Esteri, dovrebbe spiegarci come ha reagito l’Egitto, sapendo che Berlusconi ha spacciato la giovane marocchina per una parente di Mubarack. E se anche il responsabile della Difesa La Russa dicesse qualcosa non sarebbe uno sgarbo istituzionale, anzi. Su cosa? Per esempio in merito agli articoli di stampa che riportano il malessere dei membri della scorta presidenziale, costretti a commissioni e impegni imbarazzanti e degradanti per la loro professione. Mentre alla società civile spetta il dovere di continuare ad indignarsi ma anche di mobilitarsi per affermare il principio che un’altra Italia è possibile. All’opposizione, invece, il dovere di unirsi e dare una definitiva spallata politica a questo regime morente, sempre rinnovando a Fini un altro dovere: quello della coerenza.