La Colombia e la morte di “el mono Jojoy”

Julio Suárez Rojas, alias Jorge Briceño, alias “el mono Jojoy” (la scimmia Jojoy) era un uomo cattivo, cattivissimo. Anzi: da tempo era l’uomo di gran lunga più cattivo d’un paese, la Colombia, nel quale – grazie ad una guerra che dura da oltre mezzo secolo – di cattiveria non v’è mai stata scarsità alcuna. Fino a giovedì scorso, giorno della sua morte violenta, nessuno, nell’immaginario collettivo colombiano, riluceva, in effetti, d’ una luce più tenebrosa e sinistra. Nessuno poteva, non dico batterlo, ma anche solo avvicinarlo in qualsivoglia contesa di pura (o anche d’impura) malvagità. Perché, più che un cattivo, “el mono Jojoy” era, in realtà, un riconosciuto simbolo di cattiveria. In qualche modo era, lui stesso, la cattiveria. E proprio questo è ciò che -nell’annunciare l’assai cruento ma felice esito della “Operazione Sodoma” – di lui ha detto il neo-presidente Juan Manuel Santos. “Jorge Briceño era il simbolo del terrore in Colombia, era il simbolo della sevizia…”. Applausi, ovazioni, richieste di bis…

Ma in che modo “el mono” era diventato un simbolo di terrore, anzi, “il” simbolo del terrore colombiano? Juan Manuel Santos non ha, a questo proposito, mancato di “dare i numeri”. O, per meglio dire, non ha mancato di quantificare in termini giudiziario-aritmetici la perversità del guerrigliero appena caduto sotto i colpi dell’aviazione colombiana: ”…60 ordini di cattura, 25 indagini ancora in corso, cinque condanne, già passate in giudicato, per sollevamento contro i poteri dello Stato, sequestro di persona, furto, lesioni personali ed altri reati..”. Tutte cose orribili. E tutte commesse da un uomo che, negli ultimi quindici anni, più d’ogni altro è stato identificato con la deriva criminale delle Farc. Jorge Briceño era oggi, di fatto, il vero capo militare – l’anima militare, per molti aspetti – d’un organizzazione nella quale ha, in pratica, trascorso la sua intera esistenza, e per la quale non ha fatto, in sostanza, altro che questo: combattere e uccidere (alcuni suoi biografi sostengono che fosse figlio della cuoca della vera “testa politica” delle Farc. Vale a dire: di quel Jacobo Arenas che, morto di cancro nel 1990, nei primi anni ’60 spinse il mitico fondatore del gruppo, Manuel Marulanda Vélez, lungo la strada del comunismo). “El mono” era stato, tra gli anni ’80 e ’90, il capo del Bloque Oriental, il più numeroso, attivo e violento delle Farc. E proprio a lui si deve, secondo la vox populi, il perfezionamento dell’uso delle mine anti-uomo e delle cosiddette “bombe a cilindro” che tante vittime hanno fatto, in questi anni, tra la popolazione civile. Jorge Briceño era stato (ed ancora era) il grande manager dell’industria dei sequestri di persona, l’attività criminale che più d’ogni altra ha, negli ultimi vent’anni, toccato il “colombiano della strada”, quello che vive lontano dai remoti teatri d’una guerra civile cominciata con “La Violencia” del 1948 e, da allora, mai conclusasi. Ed infine, last but not least, Julio Suárez Rojas era – secondo versioni ormai diventate una sorta di ritornello, ma assai difficili da verificare – l’uomo che gestiva i rapporti tra le Farc ed il narcotraffico…

Insomma, non v’è dubbio alcuno: nell’assai improbabile caso che qualcuno volesse percorrere questa strada, molto complicato sarebbe avviare – foss’anche con la complicità dell’avvocato del diavolo – un processo di beatificazione di Jorge Briceño. El mono, infatti, non solo non è mai stato il proverbiale “stinco di santo”, ma decisamente appartiene a quella molto ristretta élite di malvagi per quali assai difficile è trovare, anche al momento della morte, qualche buona parola. Eppure – nonostante questa basilare premessa e nonostante le cifre sciorinate da Santos – molti conti non tornano. Basta infatti mettere l’intero fardello delle malefatte – vere o presunte – del capo guerrigliero, a confronto con gli episodi di violenza rivelati anche da uno soltanto dei dirigenti paramilitari recentemente smobilitatisi nel quadro del programma “Paz y Justicia” (programma che, in realtà, non ha regalato alla Colombia né pace né giustizia), per cogliere d’acchito una gigantesca sproporzione. C’è infatti – in termini di morti ammazzati e di ferocia – molta più violenza in una sola delle stragi di contadini perpetrata (quasi sempre con la complicità dello Stato) dai sicari della vecchia Auc (Autodefensa colombiana) che in tutta la storia delle Farc.

Perché, dunque – se così stanno le cose – proprio Jorge Briceño è diventato, non solo per il presidente Santos, ma per il senso comune colombiano, il “simbolo del terrore”? Per rispondere a questa domanda bisogna rifarsi, paradossalmente, non alle immagini d’una delle molte mattanze che hanno insanguinato la “Colombia profonda” – quella dove lo Stato (democratico o meno) mai è riuscito ad arrivare – ma a quelle d’un processo di pace. Più esattamente all’immagine di Jorge Briceño che, armato fino a denti, prepotente e panzuto, agli albori del XXI secolo circola a bordo d’una fiammate fuoristrada per le strade della zona di “despeje” del Caguán. Il Caguàn era il territorio (grande più o meno quanto la Svizzera) che, sul finire dello scorso millennio, il presidente conservatore Andrés Pastrana, aveva militarmente “despejado”, demililitarizzato, come luogo di dialogo. O meglio: come garanzia d’una pace prossima ventura, in quegli anni a gran voce reclamata dalla pubblica opinione.

Di quella pace, tuttavia, il Caguàn fu, non la culla, ma la tomba. Dopo aver girato attorno a se stesso per quasi quattro anni – tutti consumati a discutere su come discutere – il processo di pace si chiuse in un clima d’incontenibile oltraggio popolare. Il territorio “despejado” – quello nel quale “el mono” scorrazzava a bordo della sua fuoristrada – si era trasformato nell’immaginario collettivo dei colombiani (ed anche nella realtà) nel retroterra delle attività criminali delle Farc. Ed in particolare di quell’industria dei sequestri di persona che, proprio in quegli anni, aveva raggiunto la sua truce auge. Il processo di pace non solo finì nel nulla, ma trascinò nella fossa anche la speranza di pace. E fu da quelle ceneri che nacque (e qui già siamo ai giorni nostri) la politica di “seguridad democratica” – vero perno degli otto anni di presidenza di Álvaro Uribe e da Santos ereditata -, che, per quanto poco sicura ed ancor meno democratica, continua ancor oggi a riflettere i sentimenti maggioritari d’un paese che, dopo il Caguàn, ha ridisegnato drasticamente la sua tavola dei buoni e dei cattivi.

È da allora che, in Colombia, le Farc sono “cattive”. Anzi, è da allora che le Farc sono il simbolo della cattiveria. Una cattiveria di cui “el mono” ha finito per diventare, con pieno merito, il più ovvio riflesso. Ovvio e cattivo al punto da cancellare ogni altra cattiveria. Quella delle stragi dei “paracos”. Quella di un esercito che – in una pratica definita dei “falsos positivos” ed ancora sconosciuta nelle sue vere dimensioni – rastrella giovani a caso e li uccide spacciandoli per guerriglieri. Quello d’un paese nel quale la guerra ha creato più “desplazados” che in ogni altra parte del mondo. E chissà che, ora, la morte di “el mono” sotto le bombe, il suo cruento svanire come “simbolo”, non finisca per far riaffiorare alla superficie proprio questo: la realtà d’un paese che, nonostante il Caguán, continua ad avere, oltre l’odio per le Farc e per i suoi capi, un disperato bisogno di pace e di giustizia. Dovesse essere davvero questo il risultato della sua scomparsa – dovesse davvero la Colombia riprendere il cammino interrotto nel 2002 – il cattivissimo “Mono Jojoy”, divenuto comodo emblema d’ogni terrena efferatezza, meriterebbe, se non proprio l’onore delle armi, quantomeno quello d’un ultimo saluto. E, forse, persino quello d’un requiem e d’una preghiera.