Ora diranno che Sandra, Sandra Mondaini, scomparsa oggi per una crisi respiratoria dopo tre giorni di coma, ma da mesi in grave stato di prostrazione, ha finalmente raggiunto Raimondo. E che i suoi settantanove anni avventurosi, scissi tra il palcoscenico e la vita reale, erano stati soprattutto con lui e per lui. Ma Sandra Mondaini, figlia di Giacinto detto Humphrey Bogart – perché in quegli anni, impermeabile, cappello, sigaretta bruciata e profilo portavano sempre a Casablanca – si sarebbe seduta e avrebbe spiegato altro.

L’infanzia divisa con i genitori (la madre Giuseppina detta Josephine) “bella , bellissima”, argentina emigrata a Busto Arsizio insieme ai familiari e il padre, umorista, pittore, cartellonista, un tipo che “spendeva in estate tutto quello che guadagnava in inverno e primavera”. E così, godendo sotto il sole, si battevano i denti in inverno: “Ci tagliavano regolarmente luce, gas e telefono”. Importava relativamente. Perché lamentarsi era vietato, i soldi non bastavano mai e invece dei tormenti borghesi e della noia, bisognava trottare. Sandra iniziò subito. A sei anni era già sotto i flash per una campagna contro la tubercolosi. A sedici, nell’Italia riemersa dal ventennio basculando da modella per Borsalino e facendo da spalla allo Smeraldo di Milano (la sua città e non per modo di dire), a gente come Marchesi e Tina Scotti e poi, nell’osmosi tra vita e surrealismo, nella compagnia di Macario, uno che le similitudini e i complimenti li teneva lontani con l’ironia: “Mi dicono che facevo Ionesco quando quasi Ionesco non si sapeva chi fosse, ma d’altronde sono stato sempre un po’ lunare”.

La leggerezza antidivistica fu uno dei tratti di Sandra Mondaini. Che abbattè subito le convenzioni e disegnò nei ’50 e nei ’60 un’incarnato fino ad allora ignoto in teatro e sul nascente piccolo schermo. Alla soubrette svampita ma vuota, si contrapponeva Mondaini Sandra, lontana dalle allegorie di Truffaut (il suo cinema fu per così dire divulgativo) ma solidamente piantata nel meglio della televisione dei ’60. Prima canzonissima con Paolo Poli, (Arabella, il suo personaggio) poi il ritorno (più consapevole e matura) con Marchesi, infine l’abbraccio con Raimondo Vianello, incontrato con la complicità di Ugo Tognazzi sul retropalco di “Dove vai se il cavallo non ce l’hai” di Tarabusi, osservato da lontano e poi una sera a tavola, concupito in un istante che Mondaini ricorderà anni dopo, senza tacere sui particolari.

“Eravamo a cena con tutta la compagnia, io ero fidanzata con Giuseppe Pederine, un produttore. Raimondo con Stella, una ballerina. Ci parlammo e davanti a una cotoletta, a un tratto mi disse: ‘lo sai che mi sono innamorato di te?’. Gli feci notare che su certe cose non si scherzava”. E Raimondo seguì il consiglio. Così, abbandonati i rispettivi, comincio un’altra fase. Un giardino che Mondaini sintetizzava in segmenti: “Ho avuto due esistenze: una che va dal giorno in cui sono nata a quello in cui ho incontrato Raimondo. L’altra che va da Raimondo ad oggi”. Altre distrazioni non vi furono. Il 28 maggio del 1962, matrimonio. Inizierà un ventennio di collaborazioni televisive (‘sai che ti dico’, ‘Tante scuse’) alternato alla frequentazione radiofonica, agli spot (Montania, Permaflex, Stock 84) e allo strappo con la Rai concluso con il passaggio (ben remunerato, fideistico e al tempo semirivoluzionario) a Mediaset. Sullo sfondo di una televisione lontana dal divenire il polo mediatico di oggi, con contratti che alla Rai avrebbero solo sognato, la coppia si spese senza risparmio. Affari e solidarietà. Aderenza ideologica e sentimentale al nuovo imprenditore (la stima, anche politica per Berlusconi, fu ripetutamente declamata) e humor intatto. Programmi del sabato sera, celebrazioni, serate speciali di beneficenza (cui la coppia si dedicò costantemente, adottando e lavorando per i più deboli, spesso in silenzio).

Piovvero personaggi come Sbirulino, figlio legittimo dello Scaramacai di Guglielo Zucconi e arrivarono al desco serale le sue freddure, allungando non senza intelligenza le notti dei bambini. Poi il colpo di teatro. Trascinare sullo schermo tutte le cattiverie della vita coniugale in un indistinguibile passaggio continuo tra reale e finzione. In “Casa Vianello”, sotto le luci della ribalta, si dipanarono isterie, depressioni, arguzie, piccole furbizie, lamentele quotidiane e vessazioni da talamo abitudinario. Gli spettatori entrarono senza filtri in camera di Sandra e Raimondo, scoprendo molto del vero e del probabile delle dinamiche del duo. Quasi 350 puntate, l’affetto del pubblico, il lavoro tenuto insieme fino all’ultimo momento possibile. Poi la malattia (la dolorosa vasculite), i ricoveri, la malinconia, la dipartita di Raimondo che accelerò brutalmente il trapasso, tra settimane in clinica a Pisa e interviste rassicuranti in solo audio in cui Sandra ringraziava per l’attenzione e il calore. Al funerale di Mike Bongiorno, così come a quello del marito, volle esserci, nonostante i fotografi avessero infierito su un viso che non sembrava (e non poteva essere) quello che il pubblico aveva imparato ad amare. Poi progressivamente, l’oblìo, il coma, la morte e oggi, non inatteso, il ricordo.