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di Achille Saletti | 2 settembre 2010

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Se il denaro non odora figuriamoci il profitto

Pecunia olet, non olet, olet a little bit. Posto che, facendo affari con la Libia, è venuta meno l’ipocrisia di un mondo economico e finanziario che discute di etica e di moralità con la stessa passione che accompagna un consesso di uomini impegnati in una chiacchierata sul punto croce e sull’importanza dell’uncinetto, va riconosciuto a Gheddafi e Berlusconi il “ tana libera tutti”. Adesso anche le anime belle e pie, coloro che credono che sia possibile coniugare le letture di s. Agostino con un capitalismo di rapina e disposto a tutto, possono finalmente riflettere sul fatto che l’etica e gli affari sono due cose ben distinte, addirittura configgenti quanto si tratta di trarre il massimo dei profitti in paesi discutibilissimi per rispetto dei diritti e capacità di fare crescere economicamente solo una classe dirigente fedelissima al potere e non ai principi.

Esiste una imprenditoria capace di rispettare regole e principi valoriali ma esiste solo a livello locale, dove i rapporti umani hanno il sopravvento sulle relazioni commerciali. Ma è una imprenditoria destinata a scomparire nel momento in cui il successo di una azienda si disgiunge dalla rispettabilità di chi la dirige. Nella globalizzazione, nel mondo dei fondi finanziari e delle società di cui non si conosce nulla dei soci la rispettabilità non è più imputabile ad una singola faccia o ad un nome. Oppure, caso italiano, la rispettabilità riferita a nomi e cognomi è, ormai, cosa poco degna di nota e di importanza. Il circo Barnum della imprenditoria italiana non frequenta da molti anni l’Italia. O frequenta una Italia composta solamente da se stessa, in luoghi deputati e ego riferiti, e in convegni in cui se la cantano e se la suonano e discuto, appunto, di etica.

Quindi non deve stupire se si fanno affari con la Libia. Aggiungo che non mi stupirei se, a breve, si facessero anche affari con i cartelli di narco trafficanti messicani o con le mafie indio pakistane. Forse si fanno già.

Dopo l’attacco alle torri gemelle, la politica internazionale decise di rendere la vita ai terroristi un pochino più difficile andando a colpire anche le componenti economiche e finanziarie dei finanziatori o dei gruppi terroristici, stabilendo rigide regole rispetto alla tracciabilità delle somme di danaro che vagavano, come foglie frustrate dal vento, da un paese all’ altro, da una banca all’altra. Mi sono sempre chiesto perché analoghe regole non si potessero ipotizzare ed adottare anche per gi ingenti guadagni della criminalità organizzata, in primis per i guadagni derivate dal commercio di droghe. Mi sono sempre chiesto perché analoga fermezza e determinazione non fosse, in questo caso, applicabile.

Si sa, al contrario, che la comunità internazionale e soprattutto la finanza internazionale è poco disposta a mettersi in gioco: troppi gli interessi sul tavolo e parte importante dell’attivo circolante proviene proprio da attività illegale che immessa nel circuito, per magia, diventa legale.

Ed allora un ultimo sforzo: rendiamo illegale la legalità o, quanto meno equipariamo l’illegalità alla legalità annullando le differenze. Liberalizziamo il mondo degli affari e aboliamo, per legge, la coscienza. Orpello inutile che affatica le attività imprenditoriali e danneggia il fegato di chi ancora cerca di conservarla.

Se il denaro non odora figuriamoci il profitto quando è svincolato da regole e da imperativi morali e dalla arcaica e bizzarra idea di avere un nome rispettabile.

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