E’ quasi una settimana che si è conclusa la nostra tre giorni palermitana, una tre giorni costruita sulla frase comparsa subito dopo l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino “le vostre idee continueranno a camminare sulle nostre gambe”. Le emozioni sono state tantissime, nuove informazioni e consapevolezze sono state acquisite, denunce forti e puntuali sono state fatte e la grinta e la volontà di andare avanti rinnovate. Tirando le somme, è stata un’esperienza toccante che augurerei a tutti quei giovani – e non – che ancora oggi sentono il bisogno di trovare un ambiente e un gruppo nel quale identificarsi e con il quale lottare per cambiare le cose.

Ci sono stati errori nell’organizzazione, mancanze, situazioni che potevano essere gestite meglio, e tante cose da migliorare per l’anno successivo (che speriamo possa essere finalmente l’anno nel quale festeggiare in via D’Amelio, l’anno nel quale Salvatore potrà finalmente seppellire e piangere suo fratello) e su facebook  siamo pronti a ricevere quelle critiche costruttive che ci vorrà esternare chi ha a cuore il nostro progetto e a discuterne insieme per arrivare a soluzioni condivise.

Ci sono state polemiche sul numero dei partecipanti portate avanti da certe testate giornalistiche che probabilmente erano troppo impegnate a scrivere sull’esiguo numero degli “scalatori” del monte Pellegrino per fermarsi a vedere la folla immensa che ha preso d’assalto l’ex Cinema Edison il 18 sera. Mi fanno quasi ridere questi giornalisti. Forse la prossima volta ci attrezzeremo di foglietti illustrativi ed esperti di linguaggio dei segni per spiegare a questi signori che la salita a Castello Utveggio è simbolica. Forse il prossimo anno ci faremo lasciare i loro numeri di cellulare per spedire loro video e immagini dello straordinario e partecipato corteo che si è svolto tra l’albero di Paolo e quello di Giovanni, dei palermitani che ci applaudivano dalle finestre.

Per questo voglio ringraziare pubblicamente il Fatto per essere stato sempre presente, aggiornato e veritiero sui fatti avvenuti a Palermo in questi tre giorni.

C’è stato un incontro spiacevole e amaro, avuto insieme alla mia “sorellina” Cecilia di 14 anni, mentre osservavamo la fiaccolata di Azione Giovani e facevamo informazione, spiegando ai partecipanti che una delle persone in testa al corteo, tale Gasparri, aveva votato a favore della legge sullo scudo fiscale, una delle leggi più pericolose, a detta dei magistrati, per il facile rientro anonimo dei capitali mafiosi dall’estero. L’ennesima donna che incrociamo e alla quale spieghiamo di Gasparri e di Vizzini, ci ferma a metà: “ma vi sembra giusto sparlare e offendere persone che non conoscete? Potrei fare lo stesso con i vostri amici”.

Noi ovviamente rimaniamo basite. “Informare delle leggi che votano certi parlamentari e dei processi a carico degli stessi significa sparlare?”

Ma lei risponde con un’altra domanda: “e poi, chi è lei? Si presenti.”

“Federica, piacere. Lei come si chiama invece?”

“Federica come? Il cognome?”

“Federica Fabbretti, piacere. Ora mi dice il suo?”

“Digos, mi faccia vedere un documento di identità. E’ da un po’ che la osservavo.”

Cecilia a quel punto ha gli occhi sbarrati per l’incredulità. Si avvicina al funzionario della Digos, mentre la donna si segna le mie generalità, e le chiede: “senta, io non voglio fare polemiche, la mia è solo curiosità, ma lei sta identificando questa ragazza perché ha detto che Gasparri ha votato lo scudo fiscale? Guardi che se lo chiede a lui le risponde la stessa cosa…”

Fortunatamente episodi come questo sono stati compensati da incontri con altri funzionari della Digos in via D’Amelio che invece si sono rivelate persone veramente disponibili, collaborative e gentili. I loro occhi –ma anche le loro parole- dicevano che erano con noi.

Ma quello che rimarrà scolpito nel mio cuore e nella mia mente sono stati momenti, attimi, che forse posso provare a condividere per dare un’idea di cosa è stata questa tre giorni a chi non c’era.

L’immagine della piccola Irene, 12 anni, che si avvicina a me con la sorellina più piccola, Federica, e i suoi genitori, consegnandomi una lettera e chiedendomi di leggerla.

“E’ per Paolo”.

“La vuoi leggere tu?”.

“No no… mi vergogno.”

“Sicura? Anche io mi vergogno a parlare in pubblico, sai? Ma poi penso che dobbiamo essere coraggiosi, come lo è stato il giudice Paolo”.

Irene ci pensa un attimo, poi alza la testa, mi guarda negli occhi e con voce ferma dice: “E’ vero. La leggo io”. E, un’ora dopo, sale sul palco e lo fa sul serio.

I ragazzi che si sono alternati alla lettura dei loro pensieri su quel palco e l’attenzione, l’affetto e l’orgoglio con i quali Salvatore Borsellino li ascoltava. Giulia, 18 anni, prima volta ad un microfono, la voce rotta dall’emozione, incarna perfettamente la metafora della nostra lotta: difficile, faticosa, a volte tremolante, apparentemente soli contro il mondo esterno, ma sempre disposti ad alzare la testa, schiarirsi la voce e andare avanti con coraggio. Magari con la mano di Salvatore o di uno di noi sulla spalla.

L’ex cinema Edison, stracolmo di persone, la maggior parte palermitani, tutti intenti ad ascoltare e ad applaudire, forse gli stessi che il giorno dopo, per le vie di Palermo, avrebbero agitato le loro lenzuola bianche e le loro bandiere con l’immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da dentro il corteo e dai loro balconi, quasi a voler gridare “siamo qui, non abbiamo dimenticato!”

Il sorriso e l’abbraccio di un poliziotto, che avrebbe dovuto proteggere Fini da noi, che mi sussurra all’orecchio “sono con voi. Continuate così”.

Il minuto di silenzio e le parole della bellissima poesia di Marilena Monti, “Ti giuro giudice Paolo, dagli occhi di miele e mestizia, che noi ti faremo giustizia”, e l’incontrare la mano e gli occhi di Angelo, lucidi come i miei, e vedervi dentro la stessa forza che sentivo in me, lo stesso desiderio di giustizia, la stessa promessa a Salvatore: ti giuro giudice Paolo… ti faremo giustizia.

Palermo, le persone che mi sono state accanto e che hanno lavorato, riso, pianto e di nuovo sorriso con me. Forse se tutti i giovani –e non- provassero le emozioni che hanno invaso me e Martina e i tanti nostri fratelli e sorelle di battaglia in quella città, forse allora non otterremo solo una vittoria contro la Mafia, ma una vittoria contro questo sistema corrotto che è diventato il nostro Stato.