Se l’Italia fosse un paese normale, Marcello Dell’Utri oggi si troverebbe in carcere, settore: detenuti per mafia. Poiché, invece, l’Italia è nelle condizioni che conosciamo, il mafioso Marcello Dell’Utri, riconosciuto tale di nuovo pure dalla Corte di appello di Palermo, continua a sedere in Parlamento.

Dopo la sentenza del Tribunale di oltre cinque anni fa, anche la Corte di appello di Palermo attesta che il fondatore di Forza Italia, quindi ideologo del partito di maggioranza relativa, è, semplicemente, un mafioso. E tale è stato fino a tutto il 1992, quindi pure nel periodo in cui le bombe mafiose insanguinavano Capaci e via D’Amelio.

E sia chiaro, a statuire per l’ennesima volta la mafiosità di Dell’Utri è stato un collegio giudicante che tutto poteva sembrare tranne una corte marziale: un presidente il cui figlio ha ricevuto un importante incarico fiduciario dal sindaco di Palermo, compagno di partito di Dell’Utri; un giudice già corresponsabile dell’erronea assoluzione di Giulio Andreotti per fatti di mafia per i quali l’ex presidente del consiglio è stato poi definitivamente riconosciuto responsabile; l’altro giudice che, a dire dei suoi precedenti, deve aver vissuto con fastidio la lunghezza della camera di consiglio finale.

A fronte di questo, la maggioranza parlamentare, per voce di molti suoi esponenti, ha quasi manifestato gioia per l’assoluzione pronunciata in favore di Dell’Utri per gli anni successivi al 1992. Sembra la riedizione dei festeggiamenti a base di cannoli di Totò Cuffaro di qualche anno fa.

Ecco, la sentenza di ieri impone a tutti di prendere definitivamente atto dell’inedito tasso di mafiosità raggiunto dal ceto politico. È bene ricordare, infatti, che Dell’Utri, prima ancora di essere il fondatore di Forza Italia, è stato il braccio destro di Silvio Berlusconi anche durante la sua attività imprenditoriale. E che, per dirne solo qualcuna, è sotto la guida di Marcello Dell’Utri che hanno fatto carriera politica il Presidente del Senato Renato Schifani ed il Ministro della Giustizia Angelino Alfano, dai quali non a caso oggi non è venuta una sola parola che suonasse come presa di distanza dalle sorti del mafioso Dell’Utri.

E come avrebbero potuto esprimersi? Schifani non è il vecchio socio di gentiluomini del calibro di Nino Mandalà e Benny D’Agostino? E Angelino Alfano non ha come sua portavoce la figlia del generale Antonio Subranni, passato alla storia come il depistatore delle indagini sull’omicidio di Peppino Impastato, stratega di quel Ros che trattò con gli emissari di Riina e Provenzano e tuttora indagato per favoreggiamento della latitanza di Bernardo Provenzano?

E che dire del silenzio di quell’Udc che dovrebbe essere un partito di opposizione? Certo, cosa aspettarsi di diverso dal partito di Salvatore Cuffaro, Saverio Romano e Salvatore Cintola?

E del silenzio di Vladimiro Crisafulli, l’amico del boss mafioso Raffaele Bevilacqua, vogliamo parlarne? Serve solo a ricordarci che anche a sinistra ci sono tanti impacci ad affrontare la questione dei rapporti fra mafia e politica. E del resto fu una maggioranza parlamentare di centrosinistra a negare nel 1999 l’autorizzazione alla carcerazione di Dell’Utri.

Ecco, allora, che il certificato di mafiosità oggi confermato in capo a Marcello Dell’Utri deve servire per riprendere ed approfondire l’analisi sulla nascita, nel sangue delle stragi mafiose del 1992 e del 1993, della cosiddetta seconda Repubblica. Si potrebbe dimostrare di essere un Paese civile consentendo, senza l’adozione di misure legislative filomafiose e criminogene, ai magistrati delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze di lavorare con serietà e serenità all’individuazione dei mandanti finora a volto coperto di quelle stragi e dei responsabili di quella criminale trattativa sviluppatasi a quel tempo fra Cosa Nostra e pezzi dello Stato. E che la sentenza di oggi serva anche alla più alta Magistratura del paese per assumere consapevolezza della drammaticità dell’organico abbraccio fra settori dominanti della politica e organizzazioni criminali e per non abdicare al proprio ruolo quando sarà chiamata a vagliare la promulgazione di atti normativi votati da favoreggiatori della mafia come Salvatore Cuffaro, da camorristi come Nicola Cosentino e da un Parlamento in cui la maggioranza è guidata da un partito il cui ispiratore è il mafioso Marcello Dell’Utri e il cui riferimento ideale e politico si chiama Vittorio Mangano.