Dal 18 aprile, oltre duemila studenti, ricercatori e professori universitari sono stati arrestati a causa delle proteste nei campus universitari di tutti gli Stati Uniti d’America. Nonostante una feroce repressione da parte degli organi di governo delle università e della polizia, la mobilitazione di solidarietà a Gaza si è allargata. Gli studenti che protestano contro il genocidio di Israele non lo fanno in modo generico, ma chiedono alle loro università di rivelare le finalità e le fonti finanziarie della ricerca. E di cessare ogni legame finanziario non soltanto con Israele, ma con l’industria bellica. La consapevolezza di questa richiesta è una novità.

Gli studenti sono stati minacciati di arresto, sospensione e persino espulsione per la loro partecipazione alle proteste. Il 30 aprile, la polizia in tenuta antisommossa ha spazzato via gli accampamenti presso il Columbia and City College di New York, arrestando quasi trecento studenti. Violenti attacchi della polizia contro manifestanti del tutto pacifici sono diventati virali sui social media, come le immagini strazianti del sangue sulle pareti dell’Emerson College di Boston e la polizia che ammanetta un manifestante bloccato a terra presso la Emory University di Atlanta. Questa violenza, invece, non è una novità.

Nel 1970, più di 4 milioni di studenti manifestarono per giorni contro la guerra del Vietnam. Il 4 maggio 1970 quattro studenti disarmati furono assassinati dalla Guardia Nazionale nel campus della Kent State University, nove i feriti. “I soldati di latta e Nixon stanno arrivando. Siamo finalmente uniti. Questa estate sento il rullo dei tamburi. Quattro morti in Ohio”. La canzone di Crosby, Stills, Nash & Young fece il giro del mondo. La guerra non si concluse bene per gli Stati Uniti e, tempo dopo, il Presidente Nixon rassegnò le dimissioni. Era il giorno 8 agosto 1974. La University Avenue di Berkeley, il viale in leggera salita che porta direttamente al campus, si riempì di giovani. Tutti ballavano. E cantarono felici fino a notte, compreso chi scrive.

Nella storia, se una tragedia si ripete, la seconda probabilmente è una farsa. Sono passati 50 anni dalle dimissioni di Nixon, un presidente che, per qualche verso, somiglia all’attuale inquilino della Casa Bianca. Condividono almeno due esperienze: l’eterna presenza politica e l’umiliante fallimento bellico, vietnamita e afgano. Le manifestazioni studentesche di oggi sono molto diverse da quelle di allora. Poiché gli stivali nel fango e la leva obbligatoria sono scomparsi, rispetto a 50 anni fa mancano oggi due fattori di mobilitazione non irrilevanti. Per questo motivo, i sit-in di protesta di questi giorni sorprendono e, nello stesso tempo, rassicurano. Sorprendono perché il fronte di Gaza è molto lontano da un paese che notoriamente non brilla per conoscenza geografica. Rassicurano perché esprimono un enorme valore morale, il rispetto della vita umana e della verità che alle volte pare del tutto scomparso.

Concordo pienamente con quanto Harvey Graff—professore emerito di inglese e storia presso la Ohio State University—ha dichiarato a Times Higher Education il 2 maggio 2024: “Più di 1.300 giovani sono stati arrestati, spesso illegalmente e solo per il sospetto di ipotetiche minacce, accuse nebulose di violazione o presunte infrazioni di norme non ben definite sulla quiete accademica. L’uso della forza, non necessario, e la violenza fisica da parte della polizia sono entrate nella pratica comune. I diritti ben consolidati di parola e assemblea vengono ignorati”. E si chiede come mai “sia stato organizzato un attacco multi-livello, combinato tra pubblico e privato, su studenti e docenti in protesta senza precedenti, con rettori non più in grado di difendere il loro personale o gli ideali accademici”.

Rispondo al collega in modo semplice. Nelle “Università del Grande Fratello” interferire sulle finalità della ricerca e, soprattutto, sulle fonti di finanziamento è un peccato capitale, come scrissi qualche anno fa in Morte e Resurrezione delle Università: dalle Università del Grande Fratello alla Slow University. La Magna Charta delle Università, siglata a Bologna in pompa magna nel 1998, è presto diventata carta straccia. Gli ideali accademici invocati da Graff sono affatto scomparsi assieme al modello humboldtiano, sostituito dal modello utilitaristico che impera nelle università di mercato.

Possiamo anche sorridere, però. Come ha scritto Tyler Harper su The Atlantic dello stesso 2 maggio 2024, “le università hanno trascorso anni a sostenere che, nel proprio campus, l’attivismo non è soltanto il benvenuto, ma viene anche incoraggiato. Gli studenti le hanno prese in parola”.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Caos al concorso per dirigenti scolastici: ore di attesa, svenimenti e puzza di fogna. Valditara: “Disfunzioni inammissibili, indaghiamo”

next
Articolo Successivo

L’educazione civica? A Bisceglie si impara alla Caritas: la storia del volontario di due scuole

next