di Claudia De Martino*

Lunedì la settimana si è aperta con il primo spiraglio di speranza per una soluzione negoziata della guerra a Gaza: per la prima volta, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato quasi unanimemente (con la notevole astensione degli Stati Uniti) una Risoluzione (UNSC Res. n. 2728/24) a favore di un “cessate il fuoco duraturo” – e non “irreversibile” o “permanente”, come avrebbero voluto altri Paesi membri, come Russia e Cina – ma immediato a Gaza, in cambio del rilascio degli ostaggi e dell’ingresso di nuovi aiuti umanitari nella Striscia.

Dopo oltre sei mesi di stallo, è sembrato ancora una volta che il Consiglio di sicurezza Onu potesse tornare a funzionare come organo di garanzia della pace mondiale, quando non incagliato in veti contrapposti delle grandi potenze. Questa votazione non solo restituisce fiducia alle istituzioni internazionali Onu, recentemente pesantemente discreditate nell’opinione pubblica per l’impasse in cui versano e per i numerosi scandali che le riguardano (si veda, ad esempio, il caso dell’Unrwa), ma concede anche la minima speranza che Israele, trovandosi isolato nell’arena diplomatica, riconsideri la scelta di lanciare un’offensiva militare sulla città di Rafah, che al momento ospita oltre un milione di rifugiati palestinesi.

Tuttavia, è quantomai allarmante la negativa ricezione del voto da parte delle forze politiche israeliane e il silenzio che circonda la guerra nel dibattito politico alla Knesset. Finora, uno dei pochi politici a pronunciarsi sulla condotta delle Forze di difesa israeliane (IDF) in guerra è stato un deputato parzialmente sconosciuto, Gideon Sa’ar, ex membro del Likud, oggi esponente di un piccolo partito che si chiama “Nuova speranza”, che è uscito dal partito (l’Unione Nazionale) guidato da Benny Gantz, indebolendo visibilmente l’opposizione e sottraendole quattro seggi alla Knesset, in rottura con l’ “atteggiamento troppo indulgente” del Gabinetto di guerra, che avrebbe acconsentito la distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia, rallentato l’offensiva a Rafah e perfino contemplato in un prossimo futuro la possibilità della creazione di uno stato palestinese. Sa’ar ha proposto in alternativa una conduzione “più muscolare” della guerra e il suo personale ingresso nel Gabinetto di guerra, che però non gli è stato concesso.

Gantz, il presunto leader dell’opposizione, si è invece limitato a commentare che la “relazione speciale” con gli Stati Uniti rimane un punto cardine della politica israeliana che non può essere soggetto a crisi o tensioni contingenti, ma ha anche affermato che la Risoluzione Onu 2728 “non ha alcuna valenza operativa per Israele”, rilevando la sua natura di generale pragmatico che ragiona in termini tattici – domani mattina l’Onu non schiererà certamente una missione di pace internazionale a Gaza o un corpo di interposizione che possa prevenire fisicamente l’assalto a Rafah e impedire l’avvicinamento dell’IDF al confine con l’Egitto -, ma senza la capacità (o l’intenzione) di cogliere le implicazioni profonde del verdetto Onu.

Il suo compagno di partito, Gadi Eisenkot, che aveva rilasciato un’intervista molto critica dell’obiettivo irrealizzabile di una “vittoria totale” a Gaza dopo la morte in guerra di suo figlio (20 gennaio 2024), non si è più esposto. Infine, il vero leader dell’opposizione – e l’unico che non siede nel Gabinetto di guerra – Yair Lapid, capo di “C’è futuro” (Yesh Atid), ha dichiarato, sulla falsariga di Gantz, che la Risoluzione Onu non ha “alcun impatto pratico” e che Israele ha assoluto diritto a difendersi e a operare indipendentemente dagli Stati Uniti, limitandosi piuttosto ad osservare che sarebbe stato meglio tenere la controversia con Washington “dietro le quinte”, senza darla in pasto alla stampa internazionale, come ha fatto Netanyahu.

In sintesi, la guerra è giusta e l’unico argomento divisivo tra la coalizione di governo e l’opposizione è la figura di Netanyahu, leader corrotto e inaffidabile, ma non una diversa comprensione degli avvenimenti e delle scelte percorribili da parte del governo. Persino “Peace now”, l’organizzazione non governativa che quotidianamente denuncia la progressione degli insediamenti in Cisgiordania e che nel 1982 si era compattamente schierata contro la guerra in Libano, portando in piazza oltre 400.000 persone, ora tace su Gaza.

E’ impressionante cogliere l’ampiezza della dissonanza cognitiva esistente oggi tra Israele e il resto del mondo: di fronte all’aperta contestazione dei Paesi arabi, dei Paesi del “sud del mondo” e dei Brics, e adesso anche le crescenti critiche del “mondo occidentale”, Stati Uniti inclusi, Israele ritiene imperturbabilmente di stare dalla parte del giusto e di non dover scendere a patti con il diritto internazionale, sottolineando che nemmeno Hamas lo faccia non restituendo gli ostaggi, come se la condotta di Hamas – un’organizzazione terroristica e fondamentalista – potesse essere vagamente paragonata a quella di uno Stato democratico e di diritto.

In un Paese in cui l’opinione pubblica sostiene compattamente la guerra e a maggioranza rifiuta l’idea di un futuro Stato palestinese anche demilitarizzato ai propri confini, le poche voci dissidenti, come i giornalisti Gideon Levy e Amira Hass di Ha’aretz, pur subendo palesi vessazioni, sono condannate all’irrilevanza. Nessuna forza politica, con l’unica eccezione del partito misto arabo-israeliano Hadash, si propone come una vera alternativa alla guerra, difendendo il diritto anche dei Palestinesi (e non di Hamas) a vivere in sicurezza.

Certamente nei momenti storici in cui si soffre in prima linea, come le guerre, è difficile non essere accecati dal proprio dolore e dalle proprie perdite e continuare a vedere i diritti degli altri, tuttavia il compito di una classe politica democratica e progressista – in qualsiasi Paese – dovrebbe essere quello di guidare la nazione verso il progresso morale (e non solo lo sviluppo materiale, sintetizzato nella crescita del Pil), senza soccombere agli istintivi umori di guerra di persone traumatizzate, come oggi sono la maggioranza degli Israeliani, nel nome del peggior populismo. Paradossalmente, invece, sembra che Netanyahu sia riuscito nel suo intento di compattare la nazione intorno alla sua visione politica, assicurandole una duratura egemonia, anche oltre il proprio governo.

La diffidenza dei giovani israeliani che combattono a Gaza nei confronti dei loro coetanei palestinesi è sempre più profonda e viene naturale pensare che anche gli adolescenti palestinesi che oggi si trovano sotto le bombe nella Striscia non saranno facilmente costruttori di pace nel dopoguerra. Tuttavia, interrompere il conflitto, come prescrive la Risoluzione 2728, sarebbe già un primo passo nel cercare di evitare che questa spirale di violenza si avvolga ulteriormente su sé stessa, salvando Israele dal terribile futuro che questo governo di estrema destra con la sua “mentalità d’assedio” gli sta preparando.

* ricercatrice ed esperta di questioni mediorientali

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