Da tempo tutte le etichette con cui si è cercato di nominare i campi dell’innovazione a teatro sembrano cadute in disuso: teatro di ricerca e sperimentazione, nuovo teatro, teatro d’avanguardia, postavanguardia. Nel nuovo millennio la critica ha preferito in genere limitarsi a distinguere le diverse generazioni, in sostanza abdicando allo sforzo di individuare altre discriminanti al di là di quelle meramente anagrafiche.

Un po’ paradossalmente, l’unica denominazione che oggi ha ancora corso è quella più snobbata dagli addetti ai lavori, cioè “terzo teatro” (che si deve a Eugenio Barba). Forse perché, nel dare un nome al vasto ed eterogeneo arcipelago dei gruppi, si basava su distinzioni di tipo non estetico ma socioantropologico, riguardanti non tanto il come fare teatro ma il perché, per chi e dove farlo. Distinzioni sicuramente utili ancora oggi.

Da alcune settimane, grazie a un “manifesto”, leggibile sul sito di “Ateatro”, a cura di Oliviero Ponte Di Pino, si è tornati a parlare di ricerca teatrale, non per indicare una tendenza o una linea ma per segnalare un vuoto ed esprimere una necessità. Gli autori (Raul Iaiza, regista, e Simone Faloppa, attore, oltre allo stesso Ponte di Pino, critico e operatore) sostengono che da troppo tempo il nuovo teatro in Italia sta vivendo di rendita su quanto scoperto dalla ricerca nel periodo d’oro, fra anni Sessanta e Settanta. Ma questa “riserva” si sta ormai esaurendo. Occorre dunque tornare a sperimentare e ricercare, senza farsi troppo condizionare dalle esigenze produttive. Ricerca “pura”, dunque.

E’ una provocazione interessante, salutare, che esprime innanzitutto l’esigenza di individuare un terreno comune sul quale ritrovarsi e tornare a confrontarsi, uscendo dal solipsismo che caratterizza la fase attuale, non solo in campo teatrale ovviamente.

Dal momento che gli autori si richiamano al precedente rappresentato dalle nuove scuole e poi dai teatri-laboratorio aperti dai registi nel corso del Novecento, a cominciare da Stanislavskij, Mejerchol’d e Copeau, fino a Living Theatre, Grotowski, Barba, Brook, Mnouchkine e altri, sarà utile fare qualche precisazione in proposito.

Non c’è dubbio infatti che gli Studi e gli Atelier, prima, e i teatri-laboratorio, poi, siano stati i luoghi deputati della ricerca nel secolo scorso. Tuttavia, a ben vedere, non è mai esistito un teatro-laboratorio, oppure uno Studio, che abbia fatto soltanto “ricerca pura”, cioè che abbia eliminato completamente il lavoro per lo spettacolo dal suo orizzonte. Questo non è accaduto neppure in alcuni casi che vengono spesso ricordati giustamente come estremi: l’ultimo Stanislavskij (immerso nell’”avventura” delle prove del Tartufo e del tutto disinteressato al debutto); Artaud degli anni Quaranta, con il suo Secondo Teatro della Crudeltà senza spettacolo ma fecondo di ricadute artistiche trasversali (dalla scrittura alla lettura, dal disegno alla radiofonia); Decroux, dedito alla rifondazione dell’arte mimica e tuttavia letteralmente ossessionato dalla creazione.

Carmelo Bene nel 1988 alla Biennale di Venezia teorizzò il “teatro senza spettacolo” ma si trattò di un progetto-provocazione che durò meno di un anno. Dopodiché egli tornò al lavoro artistico. Per non parlare del laboratorio aperto a Prato da Luca Ronconi fra 1978 e 1980, a lato del quale nacquero spettacoli straordinari.

Forse l’unico esempio di ricerca pura è rappresentato dal lavoro di Jerzy Grotowski negli anni Settanta, dal Parateatro al Teatro delle Fonti, tuttavia criticato successivamente dallo stesso maestro polacco. Quanto al Workcenter di Pontedera, fondato da Grotowski nel 1986 e chiuso dal suo erede Thomas Richards alla fine del 2021, lo si può sicuramente considerare un centro di ricerca, uno dei più importanti dell’intero Novecento. Tuttavia lì la ricerca tornò subito a orientarsi, come negli anni Sessanta in Polonia, sul lavoro creativo, e questo è accaduto ancora di più dopo la scomparsa del fondatore nel 1999.

Dunque, ricerca sì ma “impura”. Si tratta di non ripetere gli errori del passato, isolando il momento tecnico in una autonomia dannosa e fine a se stessa. Ne riparleremo, la discussione è appena iniziata.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Glocal Film Festival 2024 sulle Origini: un volo universale si spicca solo con salde radici

next
Articolo Successivo

Nei caruggi genovesi, tra medici cocainomani, poliziotti e omicidi. Un giallo che consiglio

next