Molti commentatori hanno sottolineato come la vittoria del fronte progressista in Sardegna possa rappresentare una vera svolta. L’invincibile armata spagnolesca, o quasi, della destra italica con i suoi capitani coraggiosi è stata sconfitta, anche se per un soffio. A questo hanno contributo molti fattori, tra cui la pessima gestione amministrativa regionale del centro destra e la volontà delle forze progressiste di mettere da parte preconcetti e divisioni. Il pericolo è che si ripetesse il disastro delle Politiche del settembre 2022 dove, andando speratati, si è aperta un’autostrada trionfale per la destra multietnica, politicamente parlando.

A ben guardare la possibile svolta non è cominciata ora, ma con le elezioni del 2013. Nelle elezioni sarde ha solo trovato la sua naturale affermazione. E il protagonista della svolta, allora mancata, è stato il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani. Nel lontano 2013 la svolta è stata fatta abortire dal Movimento Cinque Stelle che nel suo genuino infantilismo politico non ha capito quale fosse la reale posta in gioco. Il fronte progressista Pd-5 Stelle avrebbe potuto dare alla società italiana quella spinta riformatrice necessaria dopo ben quattro governi Berlusconi. Invece il Movimento 5 Stelle ha preferito giocare la carta autarchica, del voler cambiare tutto per non cambiare nulla, umiliando a volte il segretario del Pd che però non ha mollato sulle sue convinzioni. Bersani è stato anche di una rara coerenza, passando il testimone della presidenza del Consiglio al vicesegretario del Pd che ha aperto la strada infausta dei governi di larghe intese, che come spesso accade hanno una vita breve.

Ottenuti molti voti con un programma a trazione progressista con Bersani, poi il Pd è stato messo completamente fuori strada da Matteo Renzi e dalla sua corte. Con Renzi il Partito democratico subiva una strana trasformazione antropologica di stampo conservatore e populista. Il Jobs act è stato la pietra tombale di una sinistra sedicente pragmatica che ha voluto scimmiottare malamente la destra del libero mercato del lavoro. Esauritosi nello spazio di alcuni mesi il successo elettorale trainato dal populismo fiscale del bonus Irpef è cominciata una parabola discendente con i due protagonisti a giocare un ruolo a parte invertite. Bersani che rientrava nel Pd dopo che il partito tornava un po’ a sinistra, e il conservatore Renzi che se usciva per tentare di rifare un centro moderato, e ancora più mediocre, provando ancora una volta ad imitare il successo della Democrazia Cristiana. Nel frattempo l’ex-presidente del Consiglio costruiva le sue fortune economiche nonostante le sue disgrazie politiche. A volte perdere conviene.

Dopo le elezioni del 2018 il post-partito dei 5 Stelle flirtava maldestramente prima a destra e poi a sinistra con i due governi Conte, aumentando il caos politico italiano. Intanto il Pd viveva il suo psicodramma di partito a vocazione maggioritaria, ma perdente. Certo, è un partito che vanta un solido seguito elettorale, però le competizioni elettorali bisogna vincerle, e per vincere servono alleati. Molti nel Pd hanno snobbato l’alleato naturale, a volte malato di fanatismo pasticcione e ora dimagrito nel consenso elettorale, cioè i Cinque Stelle. Da questo tira e molla in casa Pd ne è uscita la nuova segretaria che ha seguito decisamente la linea Bersani di un rapporto privilegiato con i Cinque Stelle. In una alleanza ognuno deve cedere qualcosa. I Cinque stelle devono smetterla di pretendere di fare i primi della classe e di volere sempre lo scettro del comando. A volte questa strategia può avere successo, come in Sardegna, altre volte bisogna passare la mano. Il Pd deve abbandonare il suo triste realismo e cominciare a sognare qualcosa di diverso. Tra le funamboliche, e spesso impraticabili, proposte dei Cinque Stelle e il noioso, vorrei ma non posso, del Pd ci deve essere un punto intermedio. Bisogna ripartire da lì.

Nel 2013 Bersani aveva chiesto ai Cinque Stelle la disponibilità per continuare un percorso alla Prodi e realizzare altre lenzualate contro le rendite monopolistiche e parassitarie che attanagliano la società e l’economia italiana. Per miopia del muovo partito questo non si è verificato. Speriamo che la lezione sia stata appresa, se pur con dieci anni di ritardo. Anche perché le elezioni politiche del 2022 hanno dato un segnale inequivocabile. Divisi di sicuro si perde, uniti forse si vince. Bersani aveva ragione e si potrebbe fare una po’ di fantapolitica e di fantaeconomia per immaginare cosa sarebbe successo con un vero governo Giallo-Rosso. Perché questo si verifichi in futuro occorre che entrambi i partiti, senza dimenticare le forze minori ma ormai più che necessarie, facciano una profonda e salutare autocritica. L’Italia non ha bisogno di una sinistra conservatrice (Pd renziano) e nemmeno di un civismo velleitario e populista (M5S).

Comunque la cosa nuova è che con le elezioni sarde è passata la paura di perdere sempre e si sono aperti nuovi orizzonti. Bersani rimane, a mio avviso, il padre nobile di questa nuova stagione politica italiana.

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