Con un fondo del ministero degli Affari esteri istituito nel 2019, l’Italia finanzia la collaborazione di Paesi terzi ai rimpatri, compreso un progetto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Tunisia. Ma se inizialmente l’obiettivo principale era il miglioramento della protezione e l’assistenza dei migranti in situazione di vulnerabilità, con i successivi finanziamenti, per un totale che nel giugno 2023 raggiunge i 6 milioni di euro, l’accordo con l’Oim viene modificato, esteso al 2025 e i fondi indirizzati prevalentemente alle procedure di rimpatrio volontario degli stranieri africani presenti nel Paese. Grazie a un accesso agli atti del progetto Oruka dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), dal marzo 2022 all’agosto 2023 i fondi italiani hanno finanziato il rientro nei Paesi d’origine di 1.350 persone, comprese 277 donne e 155 minori.

Denunciando il netto peggioramento della situazione degli stranieri in Tunisia e l’assenza di verifiche sui rimpatri volontari da finanziare, l’Asgi e l’associazione Spazi Circolari hanno impugnato l’intesa tra ministero e Oim chiedendo la sospensione in via cautelare del più recente finanziamento da 3 milioni di euro, utilizzato, scrivono, “ledendo i diritti delle persone migranti, incluse quelle vulnerabili e minorenni”.

Il 26 febbraio il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso delle avvocate Giulia Vicini, Eleonora Celoria, Cristina Cecchini e Lucia Gennari, ritenendo necessaria e urgente una decisione nel merito. Il Tar dovrà dunque pronunciarsi e stabilire se il finanziamento è legittimo. Lo sono i dubbi che vengono leggendo i dati del ministero degli Esteri, che tra i rimpatriati vedono, tra gli altri, un alto numero di donne provenienti dalla Costa d’Avorio, tra i principali Paesi coinvolti nel progetto dei rimpatri. Le ivoriane sono spesso vittima di tratta ai fini sessuali e lavorativi e la Tunisia è la prima destinazione di questi traffici, dove le ivoriane subiscono sfruttamento domestico, in condizioni degradanti, anche sotto ricatto e private dei documenti, tra maltrattamenti e abusi. Secondo i ricorrenti, nessuna verifica preventiva è stata fatta dall’Oim, né richiesta dall’Italia, come lo stesso ministero ha confermato in una risposta scritta alle associazioni. Insomma, nessun rapporto né monitoraggio nonostante la legislazione tunisina a dir poco carente in materia d’asilo e tutela di richiedenti e rifugiati.

Nonostante le invettive contro i subsahariani del presidente Kais Saied (nella foto con Meloni), le espulsioni e le detenzioni arbitrarie documentate anche e soprattutto nel 2023, con donne e bambini abbandonati a morire nel deserto ai confini con Libia e Algeria. Fossero dettagli, il Mediatore europeo (Ombudsman) non avrebbe chiesto chiarimenti alla Commissione europea sul finanziamento di 105 milioni di euro stanziato per l’intesa tra Ue e Tunisia promossa dal governo italiano di Giorgia Meloni.

Al contrario, sotto l’ombrello dell’Oim, che non può essere sinonimo di garanzia sui rimpatri volontari, come la Corte europea ha stabilito, l’Italia finanzia rimpatri ad altissimo rischio di violazione dell’obbligo internazionale di non-refoulement. Secondo le linee guida Onu, (Unhcr), il rimpatrio volontario assistito può essere tale solo se avviene come scelta libera, determinata dalla persona stessa, presa in modo informato e consapevole, che il migrante può decidere di cambiare in qualsiasi momento e altrettanto liberamente. “Ritieniamo che in tale contesto il rimpatrio non può in alcun modo essere qualificato come volontario, poiché non esistono in una situazione di violenza indiscriminata e di pericolo alternative sicure. I rimpatri volontari, in queste condizioni, possono configurare quindi delle vere e proprie “espulsioni mascherate”, spiegano al Fatto le avvocate dell’Asgi. Così si è espresso in numerose occasioni anche il Relatore speciale delle Nazioni Unite per le persone migranti, chiarendo che ove non vi siano alternative valide al rimpatrio e l’assenza di qualsivoglia forma di coercizione, il rimpatrio non può essere definito volontario.

Il rischio per le donne già vittime di tratta di finire vittime dello stesso reato (re-trafficking), nonostante i tribunali italiani riconoscano oggi il loro diritto alla protezione internazionale; il rischio per i minori rimpatriati di andare incontro alla violazione dei loro diritti fondamentali e così per tante altre persone “volontariamente” rimpatriate in Congo, Chad, Liberia, Guinea e non solo; il rischio di non avere alcun progetto né mezzo di sussistenza al rientro nel Paese d’origine, come dimostrerebbero i report messi a disposizione dei ricorrenti dal ministero, privi di alcun riferimento ai Piani individuali di reintegrazione (Pir) obbligatoriamente previsti dalla disciplina in materia di rimpatri volontari. In altre parole, l’attenzione ai diritti umani e al rischio di finanziarne la violazione appare scarsa, se non del tutto assente. Intanto i fondi, con l’intesa rivista nel giugno scorso, “finiscono per il 90% nelle spese dei voli che riportano i migranti nei Paesi d’origine”, ha verificato l’Asgi. Che denuncia: “Da un lato sono finanziate le autorità di frontiera per aumentare i controlli e bloccare le persone (vedi la guardia costiera libica e tunisina, ndr); dall’altro le organizzazioni internazionali, come l’Oim, affinché riconducano le persone nei paesi d’origine dove sono esposte al rischio di subire gravi violazioni dei loro diritti. L’Italia è estremamente attiva in questo campo: da alcuni anni i rimpatri volontari sono uno strumento essenziale delle politiche di controllo della mobilità in Libia. Ora il medesimo schema si ripete in Tunisia”.

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