Buone notizie per i boreali, pessime per gli australi. Uno studio recente indica come l’emisfero australe sia non solo più vulnerabile ai cambiamenti climatici, ma perda anche più risorse idriche rispetto all’emisfero settentrionale. Non si tratta di una differenza trascurabile: è una voragine enorme.

Nonostante occupi un quarto delle terre emerse, l’emisfero australe ha subito fino al 95 percento delle perdite di risorse idriche che sono state osservate negli ultimi vent’anni. Il Sud America, l’Africa sud-occidentale e l’Australia nord-occidentale sono le regioni più colpite. Tutti ricordano il dramma di Città del Capo in rapido avvicinamento dal day zero nel 2018, quando la cattura e il trasporto degli iceberg antartici veniva considerata l’unica soluzione possibile.

Secondo questa ricerca, le precipitazioni e la evaporazione dell’emisfero settentrionale tendono ad annullarsi a vicenda. Solo così si spiega perché l’influenza dell’emisfero boreale sulla perdita globale di risorse idriche sia tutto sommato piccola. Nel sud della Terra, invece, l’aumento delle piogge impallidisce rispetto alla crescita della evaporazione e della evapotraspirazione.

Poiché l’emisfero australe ha una massa emersa inferiore, esso finisce per essere assai più vulnerabile ai fenomeni di trasporto e scambio di materia e di energia che avvengono tra l’atmosfera e gli oceani. Di conseguenza, il sud della Terra è maggiormente influenzato dalla variabilità climatica rispetto al Nord. La colpa, però, è solo in parte del rapido cambiamento climatico che iniziamo a sperimentare. Il fenomeno oceanico che conosciamo con il nome di El Niño regola il riscaldamento e il raffreddamento delle acque della regione tropicale dell’Oceano Pacifico e influenza anche il regime pluviale in Sud America e Australia, come già indicavano parecchi studi pioneristici più di cinquanta anni fa. Quale conseguenza, El Niño gioca anche un ruolo rilevante nel determinare il deficit idrico dell’emisfero meridionale.

Ci possiamo sincerare di questa anomalia, per esempio, guardando ciò che sta accadendo da parecchio tempo in Brasile. Secondo le istituzioni meteorologiche brasiliane, la siccità che colpisce l’Amazzonia dall’anno scorso – fonte di preoccupazione tanto per gli abitanti della regione quanto per gli idrologi – è tutt’altro che conclusa. Solo nello stato di Amazonas, le autorità locali riferiscono che la siccità ha già colpito più di 600mila persone.

Preoccupa un rapporto pubblicato a fine gennaio, frutto della collaborazione di varie istituzioni: Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale, Istituto Nazionale di Meteorologia, Fondazione Cearense per la Meteorologia e le Risorse Idriche. Prevede un assetto idrometeorologico ancora asciutto a medio periodo, con precipitazioni inferiori alle medie stagionali fino a tutto aprile. Questo assetto è, almeno in parte, provocato dalle temperature insolitamente elevate sia nel Pacifico equatoriale, sia nell’Atlantico tropicale.

L’ingegneria dell’acqua non è del tutto innocente. Il deficit viene da lontano, da molti anni di sovrasfruttamento delle risorse idriche superficiali e sotterranee. Falde acquifere come quella di Urucuia – nel Grande Sertão tra il nord-est del Brasile e il fiume San Francisco, uno dei più grandi del paese – sono stati a lungo spremute per garantire l’espansione agroalimentare in tutta quella immensa regione. E presto la possente Urucuia potrebbe addirittura esaurirsi. Con i grandi bacini artificiali di accumulo idroelettrico e irriguo, il ruolo delle dighe non è sempre positivo nei confronti della disponibilità idrica. Modificare in modo drastico la distribuzione stagionale dei deflussi fluviali non è insignificante se, per esempio, ciò incrementa la evaporazione.

Per molti studiosi, la gravità e la estensione dell’attuale siccità amazzonica sono solo la punta di un iceberg. Come racconta la divulgatrice scientifica Meghie Rodrigues su Eos, “stiamo giocando con qualcosa che non avremmo mai dovuto disturbare: la distribuzione della energia sul nostro pianeta; non sappiamo quali conseguenze potrà avere”. Il punto critico dell’Amazzonia è rappresentato dalla situazione del tutto ipotetica in cui il degrado forestale raggiunga il punto di non ritorno e tutta l’area degradi in una savana erbosa. Ci si può arrivare se venisse deforestata un’area pari al 20-25% della superficie forestale originaria. Non è una ipotesi fantascientifica: qualche scostumato ardisce asserire che l’uomo stia lavorando sodo in questa direzione.

Prima che una catastrofe di questa natura colpisca il pianeta, saranno gli ecosistemi acquatici a suonare l’allarme. Sappiamo che almeno saremo avvertiti.

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