Sede Rai di Napoli, martedì 13 febbraio. Ci sono anch’io, insieme ad alcune centinaia di persone. In presidio. Contro l’asservimento della tv pubblica alla propaganda e ai desiderata israeliani. Uno striscione: “RAI: Radio Televisione Israeliana”. E per rivendicare un servizio pubblico che faccia il suo lavoro. Che racconti, cioè, la verità del genocidio israeliano a Gaza.

Ad accoglierci, però, prima che i vertici RAI, troviamo le manganellate degli agenti di polizia. Botte, contusioni, colpi in testa. Quella sanguinante di una sindacalista del Si Cobas, rimbalzata su tutti i media, è l’immagine della giornata.

La questione è che non si tratta solo di una giornata. Le manganellate di Napoli non possono essere derubricate a episodio eccezionale, casuale. Magari sfortunato. Seguono, infatti, i fermi e le denunce di lunedì 12 febbraio a Roma contro nove studenti di “Cambiare Rotta” e “OSA” (Opposizione Studentesca d’Alternativa), rei di aver esposto a Viale Mazzini uno striscione che recitava: “RAI complice del genocidio israeliano”. Precedono di poche ore le cariche di Torino contro manifestanti solidali con la Palestina. E di due giorni le manganellate e gli scudi che giovedì 15 febbraio colpiscono chi protestava alla sede Rai di Bologna, con striscioni su cui si leggeva: “No alla propaganda sionista. Rai Radio televisione israeliana”.

Se ci fermassimo al piano della repressione di piazza, però, probabilmente non andremmo oltre i sussulti d’indignazione. Necessari, anche perché l’indignazione è una delle molle della partecipazione politica. Ma non sufficienti. Occorre invece ragionare su cosa significhino queste manganellate.

Innanzitutto ci ricordano che lo Stato è detentore del “monopolio dell’uso legittimo della forza”. E che non si fa troppo scrupoli a utilizzarlo. Una forza, però, che in questo caso tradisce sostanziale debolezza. Perché la sua “legittimità” viene messa in dubbio da ampi settori, ben più ampi di chi in questi giorni manifesta nelle piazze. Pure la forza bruta del manganello, infatti, non mira solo a reprimere i corpi contro cui si sferza; ma anche a convincere chi assiste da lontano, attraverso la mediazione della comunicazione che arriva nelle case e sugli smartphone, che si tratta di “manganellate democratiche” (Cruciani dixit), usate dai “buoni” per contenere i “cattivi”.

Che succede, però, se ampi settori di popolazione si convincono sempre più che i cattivi non sono quelli che gridano “stop al genocidio”, ma coloro che vorrebbero censurare queste voci e i manganelli che si levano a loro difesa? Succede che si rischia di perdere la “guerra del racconto”. È ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi a Israele e ai suoi complici – Italia inclusa. È questo terreno, quello della comunicazione, che ha acquisito una assoluta centralità pubblica in questi giorni.

Gli apparati mediatici servirebbero a costruire consenso, ma è proprio su questo piano che la strategia non funziona. Da quattro mesi il potere mediatico racconta ciò che accade a Gaza come una guerra tra Israele e Hamas, con i primi che esercitano un legittimo diritto alla difesa contro il terrorismo islamico. Se accetti questa cornice, allora ti è concesso anche muovere qualche critica. Puoi ad esempio dire che la reazione di Israele è legittima e giusta, ma eccessiva. E puoi finanche chiedere a Netanyahu che continui sì ad ammazzare, ma con moderazione. Ovviamente senza spingerti al di là di qualche dichiarazione…

Ciò che è invece inaccettabile è mettere in discussione dalle fondamenta il racconto della propaganda israeliana. Si capisce, quindi, perché “stop al genocidio” di Ghali abbia scatenato una catena di reazioni di cui ancora non si vede la fine. Perché nega la propaganda israeliana e stabilisce, con sole tre parole, una cornice discorsiva opposta. Quello che succede a Gaza, cioè, non è una guerra, né un conflitto; è un genocidio. E questo è solo il primo passo.

Perché se è in corso un genocidio, tra l’altro in diretta davanti agli occhi del mondo, un artista può denunciarlo da un palco, ma il potere mediatico ha il compito di raccontarlo quotidianamente; quello economico non può continuare a fare affari e profitti con istituzioni genocide (ogni riferimento a Eni e Leonardo è puramente voluto); quello politico non può continuare a essere complice e dovrebbe far di tutto per far cessare il genocidio il prima possibile, ad esempio isolando Israele a livello internazionale.

È una prospettiva inaccettabile per le istituzioni israeliane. Le reazioni veementi dell’ambasciatore di Tel Aviv ne sono la dimostrazione. Ma lo è altrettanto per i complici. Per questo l’apparentemente semplice rivendicazione “Stop al genocidio” dev’essere messa a tacere. “Qui non si parla di politica”, si leggeva sui posti di lavoro durante il Ventennio fascista. “Qui si fa musica”, si sente oggi dalla tv pubblica.

L’irruzione di una politica che ha il potere di trasformare la narrazione dominante non dev’essere consentita. E se c’è stata qualche sbavatura bisogna correre ai ripari. Perché non vogliamo mica correre il rischio che un gesto semplice come quello di Ghali possa dare coraggio e portare altri a fare altrettanto?

La “guerra del racconto” non si combatte solo negli spazi ufficiali della comunicazione. A produrre racconto, infatti, sono anche i movimenti sociali e politici che scendono in strada e piazza a manifestare. Per questo è importante dare un segnale anche su quel fronte. Come è avvenuto in questi ultimi giorni con le manganellate. E come potrebbe avvenire se le pulsioni autoritarie dell’ultradestra di governo dovessero trasformarsi da desiderio in realtà. La proposta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Morelli – che chiede un Daspo per gli artisti che “osano” parlare di politica sulla tv pubblica, come se la politica fosse una bestemmia – oggi è probabilmente poco più di una boutade. Esprime però una volontà preoccupante, finora taciuta ma sempre presente in taluni settori.

Le manganellate fisiche in piazza e quelle censorie in tv palesano un’enorme difficoltà del potere politico e mediatico. Consapevoli della solidarietà e simpatia che circondano la Palestina e, allo stesso tempo, dell’opposizione alle politiche genocide israeliane.

Il problema, per loro, è che questa opposizione non si ferma a Netanyahu, a Israele, al sionismo. Va oltre, cominciando ad avere sempre più nel mirino le complicità italiane col genocidio. E mettendo dunque in discussione le strutture di potere non a Tel Aviv, ma qui in Italia. Un passaggio che apre una finestra di possibilità significativa. Che potrebbe aprirsi ulteriormente con le giornate di mobilitazione internazionale del 23 e 24 febbraio (con la prevista manifestazione nazionale di sabato a Milano), soprattutto se dovessero assumere dimensione di massa.

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