di Simone Lauria*

Se ne discute molto, dappertutto: di intelligenza artificiale si parla ormai quotidianamente. C’è chi ritiene che l’intelligenza artificiale (Ia) avrà effetti significativi sul lavoro; si pensi alle diverse professioni intellettuali e ad alcune funzioni amministrative e contabili (in cui è necessario elaborare e confrontare dati) o, ancora ad alcune professioni creative (l’Ia è un grado di produrre immagini); queste professioni potrebbero essere a rischio o fortemente ridimensionate.

Così pure ad alcuni processi di produzione di beni e di servizi: ogni innovazione può comportare la soppressione di funzioni dal momento che, ad esempio, l’Ia potrebbe essere impiegata nei processi di controllo per ridurre gli errori, con conseguente ridimensionamento della presenza di alcune figure. D’altro canto si sostiene che l’Ia creerà nuove opportunità in alcuni ambiti, quali la ricerca e sviluppo, nell’ambito della sostenibilità energetica. Certo, il rapporto tra lavoro e tecnologia è sempre stato complesso e ha sempre recato con sé parecchie contraddizioni: le proteste luddiste agli inizi del XIX secolo, in Inghilterra, ne sono la testimonianza.

Come impiegare la tecnologia nel mondo del lavoro? Senza dubbio, per migliorarne la qualità e la sicurezza, favorendo lo spostamento del lavoro umano verso quelle attività che impiegano un’intelligenza che le macchine non possono riprodurre. Ed è interessante anche il rapporto tra tecnologia e territorio: quali opportunità può dare lo sviluppo tecnologico ai territori, soprattutto in quelle filiere nelle quali la produzione subisce processi di de-materializzazione, ovvero processi che mirano a ridurre l’uso di risorse materiali – ad esempio documenti – mediante l’uso di tecnologie digitali? La minor importanza, in alcune filiere di produzione di servizi, della collocazione del luogo fisico, potendo alcune funzioni essere svolte da qualsiasi luogo; si pensi al alcuni progetti di valorizzazione di alcune aree interne attraverso lo smartworking.

Chi innova, spesso, è vicino ad altri innovatori e i luoghi, i territori, laddove guidati da una governance territoriale solida e che coinvolga i diversi soggetti (istituzioni, sindacati, imprese e cittadinanza), possono investire nella funzione creativa delle catene del valore e favorire fasi di cambiamento dei sentieri di sviluppo; matching, learning e sharing sono senza dubbio tre fenomeni che caratterizzano l’innovazione e, in questo senso, il rapporto tra tecnologia e territorio potrebbe favorire un nuovo localismo basato sul concetto di comunità, con il rafforzamento dei legami sociali e delle esperienze di partecipazione degli abitanti di quei territori ai processi decisionali.

Ci sono però diversi rischi nel rapporto tra Ia e lavoro che non possono essere taciuti. Il primo è che la tecnologia può riproporre, con il rischio di amplificarli perché apparentemente neutri, stereotipi e criteri discriminatori: si pensi, solo per citare un esempio, all’utilizzo dell’Ia da parte delle imprese nella fase di ricerca del personale e ai possibili bias che gli algoritmi potrebbero riprodurre; il secondo è quello dell’utilizzo dell’Ia da parte di chi lavora: l’utilizzo di ChatGpt, per esempio, lo espone a diversi rischi, da quelli relativi alla tutela della propria privacy a quelli relativi alla condivisione inconsapevole di informazioni aziendali che non dovrebbero essere diffuse.

E ci sono anche i rischi che l’Ia non proceda eticamente e che acuisca ulteriormente le disuguaglianze nei territori e tra i territori; le imprese leader nell’innovazione da Ia diventeranno imprese superstar – ossia imprese caratterizzate da vasti mercati di sbocco, bassi costi del lavoro, in grado di dominare i mercati e di limitare fortemente la competizione tra imprese – con il rischio concreto di una “caduta” della quota di ricchezza destinata al lavoro, a favore di profitti e rendite.

Come contrastare questo rischio? La governance dei processi di innovazione deve essere multilivello; deve certamente agire secondo efficacia ed efficienza, evitando però che l’innovazione sia affidata esclusivamente al mercato, come i tanti modelli liberisti intenderebbero proporre; in questo senso, il ruolo dei soggetti pubblici – imprese pubbliche e infrastrutture di ricerca, in particolare – è strategico perché orientato da missioni a lungo termine, verso una transizione ispirata ai valori dell’inclusione sociale.

Non sfuggirà l’importanza di una regolamentazione comune a livello europeo dell’Ia, per evitare che siano le singole imprese, di singoli territori, a proporre propri codici di regolamentazione; in questo senso, l’approvazione dell’Ai Act europeo è certamente una buona notizia perché regolamenta, secondo i principi di sicurezza e trasparenza, ogni sistema che genera output o assume delle decisioni – ed esercita quindi un potere.

Governance multilivello, si è detto; e le imprese dovranno coniugare ricerca e investimenti – anche le piccole e medie imprese, attraverso lo strumento del consorzio ad esempio, sollecitate da politiche che favoriscano il venture capital – in modo che tutte le filiere produttive accedano all’Ia. E il sindacato? Il sindacato può e deve partecipare alla governance di questo processo; in che modo? Intanto, evitando che l’innovazione acuisca le diseguaglianze, per le ragioni sopra esposte; l’Ia può davvero rappresentare un’opportunità per la sicurezza e per la qualità del lavoro; l’innovazione riguarda l’organizzazione del lavoro ed è fondamentale che la rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori partecipi alla “progettazione” – mediante la contrattazione d’anticipo, ad esempio – degli strumenti di lavoro introdotti dall’uso dell’Ia; anche perché gli strumenti di lavoro diventano anche strumenti di controllo di chi lavora.

*Area Studi- Dipartimento Cultura e Ricerca Camera del Lavoro di Milano

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