Sono tanti ancora gli insospettabili sotto inchiesta. Personaggi importanti, che hanno aiutato Matteo Messina Denaro a rimanere un fantasma per quasi trent’anni. “Gente pensante” li definisce Maurizio De Lucia, procuratore capo di Palermo, che ha coordinato lo storico blitz del 16 gennaio 2023. Un anno dopo il clamoroso arresto e a quasi quattro mesi dalla morte del capomafia di Castelvetrano, le indagini continuano ad andare avanti. “È esistito un livello di complicità, che stiamo cercando di ricostruire, salendo piano piano di grado”, dice De Lucia a ilfattoquotidiano.it. Da dodici mesi, ormai, gli inquirenti sono impegnati in un lavoro delicato: cercare di ricostruire una latitanza lunga tre decenni. Un’indagine che potrebbe condurre anche ai segreti delle stragi: Messina Denaro, infatti, era l’ultimo boss rimasto in libertà a conoscere i misteri delle bombe. Ecco perché la procura di Palermo continua a dare la caccia a un possibile rifugio mai individuato, usato dall’ex inafferrabile come archivio segreto di carte scottanti. “Noi abbiamo la sensazione che il materiale trovato fino a oggi non corrisponda a tutto quello che era davvero nelle sue disponibilità”, dice il procuratore capo di Palermo. Che poi critica anche alcune novità in tema di giustizia varate in queste settimane dal governo di Giorgia Meloni: dal bavaglio sulle ordinanze di custodia cautelare fino all’abrogazione dell’abuso d’ufficio. Una fattispecie che il guardasigilli Carlo Nordio considera “evanescente” ma che per De Lucia è molto più di un reato spia: “In certi casi – spiega – può servire per punire anche la condotta dei sindaci collusi con la mafia“. Ma andiamo con ordine.

Procuratore, dodici mesi dopo l’arresto siete riusciti a capire come abbia fatto Messina Denaro a rimanere un fantasma per quasi trent’anni?
Una risposta chiara alla sua domanda non la posso dare. Noi siamo in attività, questo le posso dire.

Cioè le indagini proseguono?
Stiamo indagando su tutta una serie di soggetti che hanno aiutato Messina Denaro durante la sua latitanza. Alcuni di questi, come è noto, sono stati non solo individuati, ma anche arrestati e in parte processati. Qualcuno è stato pure condannato in primo grado.

Pochi giorni fa sono stati inflitti 13 anni e 4 mesi a Lorena Lanceri, la cosiddetta “vivandiera” del boss.
Questa era la parte investigativa in qualche misura meno complicata, perché si tratta delle persone che nell’ultimo periodo erano più vicine all’ex latitante. Oltre a queste naturalmente sappiamo bene che ce ne sono molte altre di vario livello e qualità.

Quindi i cosiddetti insospettabili?
Noi stiamo cercando di ricostruire a ritroso quello che è accaduto in questi trent’anni, a cominciare dall’ultimo periodo.

Cioè da quando il boss si è ammalato ed è andato a vivere a Campobello di Mazara?
A Campobello ha vissuto per un periodo molto più lungo, questo ora è abbastanza evidente.

Quanto lungo?
Non sappiamo ancora quanto, ma non è un periodo breve. Qualcuno ha detto fin dal 1996 ma noi fino a quel momento non siamo ancora arrivati. Stiamo cercando di tornare indietro perché a noi naturalmente interessa capire dal punto di vista penale chi lo ha aiutato. Poi c’è una riflessione di carattere generale da fare.

Quale?
Un soggetto come Messina Denaro che s’inserisce in un piccolo ambiente deve suscitare delle domande. Queste domande, se ci sono state, non sono state mai portate all’attenzione di chi indagava. E quindi possiamo dire che è esistito un livello di complicità, anche dal punto di vista penale, che stiamo cercando di individuare, salendo piano piano di grado. Ma c’è anche un livello di compiacenza importante che ci deve fare riflettere perché esistono ancora zone della Sicilia dove l’omertà la fa da padrona.

Da cosa dipende?
Un po’ dalla paura, ma un po’ anche dalla convenienza. A qualcuno conviene che resti tutto così.

Nei giorni successivi all’arresto lei aveva puntato i riflettori sulla cosiddetta borghesia mafiosa. A parte la vivandiera e i vari Bonafede, tutti parenti di uomini di Cosa nostra, chi sono questi esponenti della borghesia mafiosa che hanno aiutato Messina Denaro?
Noi abbiamo preso le persone che lo sostenevano nella quotidianità. Abbiamo individuato alcuni soggetti che lo hanno aiutato nel percorso curativo, ma questi soggetti sono anche una interfaccia verso altri mondi.

Si riferisce al medico Tumbarello, che era anche iscritto alla massoneria?
La mia difficoltà è la solita: a causa del decreto Cartabia io non posso fare nomi, neanche di persone che abbiamo già sotto processo. Però il mondo dei complici di Messina Denaro non è fatto solo di badanti e camerieri ma anche di gente pensante. Il boss riusciva a muoversi in Sicilia, anche con una certa facilità, anche grazie al fatto che un bel po’ di gente sapeva dov’era. Su queste persone noi oggi stiamo indagando.

Il boss stava a Campobello, però si spostava anche all’estero?
Si muoveva parecchio sicuramente in Italia, all’estero francamente l’ho letto solo sui giornali. Non sappiamo ancora se questa circostanza è vera.

Come si muoveva? In aereo o con altri mezzi di trasporto?
È uno degli elementi su cui stiamo lavorando, ci sono tutta una serie di sue identità false che abbiamo identificato.

Torniamo a un anno fa. Nel suo libro (La Cattura, scritto con Salvo Palazzolo ed edito da Feltrinelli) lei racconta che essenzialmente tra l’inizio del blitz e l’arrivo della notizia dell’arresto trascorre quasi un’ora: Messina Denaro stava scappando?
No, siamo sicuri di no. Dopo essersi registrato alla clinica non si è fermato ad attendere in sala d’aspetto, perché eravamo ancora in periodo di Covid, ma è tornato nel parcheggio. E da lì quello che avviene in ospedale non si vede. Quindi non si è accorto dell’inizio del blitz.

Dunque è stato sfortunato?
Neanche, perché lo avremmo preso comunque: lì intorno c’erano tre cinturazioni di uomini. Certo noi in quei minuti eravamo emotivamente preoccupati, ma razionalmente era stato fatto tutto quello che si doveva fare e a quel punto avevamo anche acquisito la sua immagine. La parte più difficile era individuarlo.

Che impressione le ha fatto quando lo ha interrogato?
Quella che si ha sempre con questa gente: finché comandano sembrano dei mostri, poi quando li vedi scopri che sono persone apparentemente normali. Il male è banale, è la riflessione che faccio spesso. Valeva anche per Bernardo Provenzano. Di Messina Denaro posso dire che mostrava la consapevolezza di essere un capo, ci teneva a manifestare il suo carisma: questo gli piaceva moltissimo.

Tra le altre cose il boss ha detto che sulla strage di Capaci voi magistrati vi siete accontentati, che considerare il Maxiprocesso il movente dell’omicidio di Giovanni Falcone è riduttivo. Come valuta queste parole?
Non le valuto, nel senso che a pronunciarle è stato uno processato per la strage di Capaci. E poi non mi pare che ci si sia accontentati di quel movente. Queste indagini non le faccio io, ma sono trent’anni che i colleghi di Caltanissetta lavorano su questo, quindi dire che ci siamo accontentati francamente…

Quelle di Messina Denaro erano provocazioni?
Non aveva molto da perdere, non ha mai avuto la voglia né la volontà di collaborare. Ha detto delle cose che gli piaceva dire. Però questa sua affermazione si smentisce abbastanza facilmente, basta leggere le cronache: sono trent’anni che si lavora sui moventi delle stragi.

Alcuni pentiti hanno indicato in Messina Denaro il custode dell’archivio di Totò Riina, cioè le carte che proverebbero rapporti tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra: era davvero così?
Questo è uno dei temi su cui stiamo lavorando naturalmente, quindi non ho un’opinione. C’è una possibilità e la stiamo scandagliando.

Dunque c’è ancora la possibilità che dalle indagini sulla latitanza di Messina Denaro vengano fuori dei pezzi di verità sul passato?
Noi abbiamo la sensazione che il materiale trovato fino a oggi non corrisponda a tutto quello che era davvero nelle sue disponibilità.

Cioè ci sono altri covi? Esiste un archivio segreto in cui nascondeva carte?
Questo non mi sentirei di escluderlo e finché non lo possiamo escludere dobbiamo fare di tutto per trovarlo.

Che opinione si è fatto di Salvatore Baiardo, il favoreggiatore dei fratelli Graviano che avrebbe praticamente predetto l’arresto di Messina Denaro?
Non mi faccio opinioni, faccio valutazioni che non posso esternare, per il momento.

Lei poco fa ha citato il decreto Cartabia, che è già in vigore. Nel frattempo la Camera ha approvato l’emendamento Costa che vieta la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare. Secondo lei queste sono riforme che migliorano il vostro lavoro?
Il problema non è se migliorano il nostro lavoro, ma se migliorano la vita dei cittadini. Sottrarre ai giornalisti la possibilità di pubblicare integralmente i testi delle ordinanze vuol dire fidarsi delle sintesi. Ma le sintesi sono di loro natura soggettive e quindi il cittadino, prima di leggere il documento, passa per la mediazione del giornalista, che può essere bravo e affidabile, ma può anche essere amico del pubblico ministero o amico del difensore e quindi dare una versione di parte. Poter leggere il testo originale scritto dal giudice è un atto di trasparenza per tutti.

A proposito di riforme: solo pochi giorni fa il Parlamento ha cominciato l’iter di abrogazione dell’abuso d’ufficio, che secondo il guardasigilli Nordio è un reato evanescente. Lei come la pensa? È un reato evanescente o come dicono molti suoi colleghi è un reato spia?
Io su questo sono stato audito in commissione giustizia: secondo me non è solo un reato spia. Se un sindaco colluso con la mafia vuole concedere dieci licenze edilizie, cioè autorizzazioni a costruire, illegittime, secondo me questa è una condotta in qualche modo agevolatrice di Cosa Nostra in sé, non è un reato spia. Ebbene da domani nessuna di quelle licenze illegittime sarà più un abuso e in teoria la condotta di quel sindaco non sarà più sanzionabile.

Perché in teoria?
Perché dubito che il pubblico ministero non iscriverà più le notizie di reato. Non le iscriverà più per abuso d’ufficio, ma troverà alle altre soluzioni giuridiche per indagare su questo tipo di condotte. Quindi magari è vero che i processi per abuso raramente si sono conclusi con condanne – anche se non sono poche quelle che ci sono state – ma è anche vero che questo tipo di reato ha costituito una barriera di prevenzione per impedire una serie di illeciti. Del resto queste sono indagini che nascono comunque da denunce dei cittadini.

Senta, un anno dopo l’arresto di Messina Denaro, come definirebbe Cosa nostra?
La definirei certamente in difficoltà, perché non è l’organizzazione che abbiamo conosciuto a cavallo del 1992-93. Però è un’organizzazione viva che sta cercando di ristrutturarsi e sta cercando di farlo sostanzialmente tentando di tornare a essere ricca. Cioè tentando di accumulare capitali attraverso il traffico di stupefacenti e cercando di conservare, per quello che le è possibile, i rapporti con quella che abbiamo chiamato borghesia mafiosa, cioè pubblici amministratori e uomini politici a vari livelli.

E riesce a conservare ancora oggi questi rapporti?
Oggi Cosa nostra ha due problemi: intanto non riesce a darsi un vertice e quindi una nuova commissione. Ma soprattutto non ha una forza militare per sostenere le relazioni politiche. Io penso che ancora oggi la Cosa nostra dei colletti bianchi, chiamiamola così, ha sempre bisogno della Cosa nostra militare: quando si siede al tavolo con gente che ha altri poteri, per esempio quello economico, non può essere convincente senza un mitra dietro le spalle.

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