Come era prevedibile, il generale senso di impotenza scaturito dall’odioso assassinio di Giulia Cecchettin ha scatenato un proliferare di letture pseudocliniche che stanno oggi tracimando. Da un lato assistiamo a goffi tentativi di fare diagnosi dal salotto di casa propria sulla psiche di Filippo Turetta, senza averlo mai visto né conosciuto, basandosi su cronache giornalistiche dalle quali vengono estrapolati alcuni frammenti dell’infanzia del suddetto per giungere a conclusioni fondate su supposizioni più di ordine narcisitico-televisivo che clinico (“ho sentito che il padre di lui ha detto questo…, dunque ne diagnostico che…”). Derive balzane che fanno a meno del rigore clinico che, lo si ricordi, non può e non deve mai fare meno della conoscenza completa del soggetto.

All’estremo opposto va montando una amplissima vulgata che tende a diluire in categorie ampie ed impalpabili (il patriarcato, la musica ‘cattiva’, il declino della ‘famiglia tradizionale’) quella che invece è una responsabilità individuale, senza se e senza ma.

Per capire cosa abbia generato la scintilla assassina nella mente di Filippo Turetta a seguito della separazione dalla fidanzata, divenuta de facto un banale oggetto da eliminare, serve tempo, indagine, accuratezza. Serve silenzio. Servirà un collegio peritale che se ne stia chiuso con lui e, tramite scienza e coscienza, cerchi di capire se il movente possa o meno essere attribuibile ad una scelta precisa, lucida, corroborata magari da una premeditazione. O sia il frutto di una mente malata.

Detto questo, anche la colpevolizzazione diffusa ottiene l’effetto di una sfumata assoluzione del singolo, riducendolo a un soggetto tremulo completamente manovrato da un sistema più complesso che ne predetermina le scelte, come l’abusato termine ‘patriarcato’, che pure ha un fondamento sociologico e storico che non si può negare. La verità è che il patriarcato, le canzoni dei ‘trapper’, la scuola malandata, la ‘famiglia tradizionale sfasciata’, sono di certo elementi significanti importanti, capaci di condizionare le nostre scelte. Ma sono al contempo edifici oggi assai indeboliti entro i quali si annida la colpa individuale.

Quel ragazzo, lui, singolarmente, ha ucciso con 20 fendenti una giovane donna. Lui e solo lui. E facendolo, ha dimostrato che il male esiste, e ci cammina accanto, ogni giorno. La ricerca di un Altro entro cui inquadrarne e diluirne l’azione (sia esso il patriarcato o una diagnosi di malattia mentale) spesso ci protegge dal fare i conti con la beluinità che cammina tra noi. Scrissi qua che se la violenza omicida proviene da un nostro simile, deve per forza essere viziata da una patologia che ha reso folle un uomo sino a quel momento “normale”, facendola così rientrare nell’alveo delle variabili sulle quali è possibile esercitare un controllo, umano o chimico. Né patriarcato, né malattia mentale dunque: lui, solo lui, ha alzato la mano omicida.

Questa responsabilità individuale vale anche se l’azione criminale è stata commessa da individui che hanno alle spalle terreni culturali che tollerano, quando non incoraggiano, uno schiacciamento della donna ai lati della vita. Prendiamo ad esempio il tragico caso della morte di Saman Abbas. Il giudice, pur consapevole che la famiglia proviene da una nazione nella quale la donna vive in una posizione di marginalità, non ci ha pensato un attimo a chiedere di sotterrare sotto l’ergastolo tutta la famiglia.

L’iper produzione diagnostica televisiva scivola inoltre in un atteggiamento semi-assolutorio e, sovente, riduce e il tempo di fuga di molte donne le quali, erroneamente, credono che la loro liberazione dalle grinfie del manesco possa poi sfociare in un qualche scompenso, crollo, implosione di un uomo che è si orrendamente brutale, ma in quanto ‘malato’, deve essere in qualche modo protetto dal crollo.

Giulia confidò ciò che tante donne, purtroppo, espongono nei nostri studi: “Vorrei andarmene, ma temo che lui si faccia del male”,
“Mio marito mi controlla, mi segue. Cosa ha, dottore?”, “Il mio fidanzato è ossessionato dal mio telefono, non riesce a tollerare che io al venerdì esca senza di lui, e mi segue. E’ forse disturbato?”. L’inflazione di diagnosi ‘mediatiche’ e quindi accessibili a chiunque, quali ad esempio quella di ‘raptus’ e ‘narcisismo patologico’ (la più letale quest’ultima), hanno nel tempo costituto una massa critica che ha determinato una sorta di legittimazione medicalizzata dei comportamenti di tanti maschi predatori, anche quelli più sanguinosi. Vulgo: lo fa, ma è certo malato. Lo fa perché è un narcisista patologico. Lo fa perché è figlio del patriarcato.

Sappiate tracciare una linea tra chi di il clinico lo fa e chi lo scimmiotta: la psicoanalisi ci impone di prendere in considerazione, sempre e comunque, la singola responsabilità di chi l’azione la compie. Influenzato da, autorizzatosi a causa di, ma sempre mosso da un intento personale. Mark, alla fine di Trainspotting dice: “Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo”.

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