Nei suoi 33 anni di vita è entrato e uscito dalle carceri israeliane con accuse di terrorismo e violenze nei confronti della popolazione palestinese. È stato accusato di aver partecipato all’incendio di una moschea, viveva in una colonia illegale in Cisgiordania, si è reso responsabile di diversi attacchi nei confronti di beni palestinesi e, per tutte queste sue attività, è stato anche escluso dal servizio militare perché considerato un estremista violento. Mercoledì, però, il deputato del partito ultranazionalista israeliano Sionismo Religioso, Tzvi Sukkot, è stato scelto come capo della sottocommissione parlamentare per la Cisgiordania della Knesset.

Come questo suo nuovo ruolo, ossia di occuparsi di affari che riguardano i rapporti con la controparte palestinese, sia compatibile con il suo passato non è dato saperlo. E scorrendo il suo curriculum, ma soprattutto ricordando le vicende legali che lo hanno visto protagonista, il quesito rimane aperto. Già nel 2010, all’età di 20 anni, Sukkot è stato arrestato per il presunto coinvolgimento nell’incendio di una moschea nel nord della Cisgiordania, vicino all’insediamento di Yitzhar, dove viveva, ma poi non è stato incriminato. Due anni dopo è stato espulso dalla Cisgiordania perché sospettato di pianificare un attacco contro la popolazione palestinese.

Secondo la stampa israeliana, Sukkot è anche ex membro del gruppo terroristico di estrema destra ebraico-israeliana La Rivolta che sostiene lo smantellamento dello Stato di Israele in favore di un regno di Israele che segua la legge ebraica. Questo spiegherebbe il suo impegno che nel dicembre del 2015 lo ha portato a organizzare una manifestazione a Tel Aviv contro il servizio segreto interno Shin Bet, colpevole, a suo dire, di torture nei confronti degli ebrei arrestati perché coinvolti nell’attacco incendiario al villaggio di Duma, vicino a Nablus, nel quale morirono tre palestinesi. Un attacco attribuito proprio al gruppo La Rivolta.

Il numero di arresti nei suoi confronti non è finito qui. Ce ne sono stati altri, anche con l’accusa di aver preso parte alla pratica del price-tagging, ossia operazioni mirate a vandalizzare, danneggiare o profanare beni e luoghi sacri dei palestinesi che può andare dal taglio degli ulivi di loro proprietà alla violazione delle tombe. Per tutto questo, la leader laburista Merav Michaeli ha contestato la sua nomina nella sottocommissione definendolo “una delle persone più pericolose in Israele, un razzista, un piromane“.

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